Erdogan non rispetta la parola data sull’embargo di armi verso la Libia, in questi giorni abbiamo monitorato un cargo scortato da due fregate turche che ha scaricato mezzi pesanti corazzati al porto di Tripoli”. Così, lo scorso 30 gennaio, il presidente francese Emmanuel Macron denunciava con riferimenti specifici il mancato rispetto da parte della Turchia del divieto di vendita di armi alla Libia. Venti giorni dopo, nel pomeriggio di ieri, la Procura di Genova ha arrestato Joussef Tartoussi, 54 anni, comandante della nave Bana, cargo libanese bloccato al Porto di Genova dal 2 febbraio.

Sarebbe questa la nave delle armi intercettata dalla portaerei francese: “Il comandante – scrivono gli inquirenti – in concorso con altre persone da identificare, tra le quali militari turchi, ha portato illegalmente in acque internazionali e poi in Libia, dunque in luogo pubblico, con la Bana, un numero imprecisato di armamenti, ceduti a Tripoli a persone non identificate”.

L’accusa è “traffico internazionale di armi”, secondo gli inquirenti la nave avrebbe effettuato almeno tre viaggi tra Turchia e Libia per trasportare armamenti destinati al Governo di Accordo Nazionale (Gna) guidato da Fayez al-Sarraj, in violazione dell’embargo ribadito il 19 gennaio scorso a Berlino e firmato dallo stesso Erdogan.

Il capitolo “genovese” di questa storia inizia a mezzogiorno di domenica 2 febbraio, quando la nave battente bandiera libanese attracca al terminal Messina. Stando alla rotta dichiarata, il cargo avrebbe navigato 12 giorni, senza interruzioni, da Beirut al porto di Genova. Lo scopo ufficiale del viaggio è il carico di auto in condizioni pietose da rivendere ricondizionate nel Maghreb. Una nave vecchia di 40 anni che viaggia tra l’Europa e l’Africa per trasportare auto fatiscenti è un caso inusuale, ma apparentemente regolare.

Il cargo, dopo aver caricato le auto, il giorno successivo avrebbe lasciato la banchina senza dare nell’occhio se solo il terzo ufficiale di coperta, un giovane di 25 anni, appena toccato terra non avesse deciso di consegnarsi alla polizia di frontiera e chiedere asilo politico. Dichiara che la nave, prima di arrivare a Genova, ha fatto tappe fuori programma in Turchia e poi in Libia, con il sistema che identifica la posizione ripetutamente disattivato per oscurare i movimenti.

“Questa nave portava carri armati, cannoni, camion militari, radar, grandi borse con uniformi militari, jeep con cannoni anticarro, container con un triangolo giallo e la scritta esplosivo, oltre a mitra e razzi”. Il giovane ufficiale (disertore o infiltrato, ancora non è chiaro) è un fiume in piena e fornisce ulteriori dettagli: “I mezzi militari li abbiamo caricati a Mersin, in Turchia. Dopo due giorni siamo salpati per la Libia e abbiamo scaricato tutto nel corso di una nottata a Tripoli. Con noi, fino alla Libia hanno viaggiato agenti, militari e uomini dei servizi segreti turchi”.

La nave viene perquisita e i telefoni dell’equipaggio sequestrati per trovare conferme e salta agli occhi il fatto che la stiva sia stata ridipinta. È “per nascondere i segni dei cingoli dei carri armati”, sostiene il supertestimone: “Le auto da trasportare sono solo una copertura”. A conferma della sua denuncia, l’ufficiale mostra alla Direzione distrettuale antiterrorismo che segue il caso foto e video della stiva carica di mezzi militari.

“Il caso Bana è clamoroso perché mette a nudo traffici diretti con la Libia e svela i sotterfugi utilizzati dai trafficanti di morte per non farsi tracciare – spiegano dal Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali di Genova -, ma quello che vediamo da anni è un’escalation di esportazioni di armi, mezzi militari ed esplosivi inviati in tutta legalità verso paesi vicini alla Libia, come la Tunisia”.

Nessuna accusa diretta, ma il timore dei portuali sembrerebbe lo stesso evidenziato dagli inviati delle Nazioni Unite, ovvero che l’embargo di armi verso la Libia sia nei fatti una farsa, in quanto ci sono paesi direttamente coinvolti nel sostegno alle opposte fazioni, come l’Egitto o la Turchia, che vengono regolarmente riforniti di armi, mentre la stessa Tunisia, che ufficialmente mantiene una posizione neutrale, di fatto è in stretto contatto con il leader turco Erdogan e condivide con la Libia la frontiera a ovest, deserta e difficilmente controllabile.

Non a caso Stephanie Williams, vice capo della missione Onu in Libia, ha recentemente definito “una barzelletta” l’embargo alla vendita di armi in Libia, indetto dall’Onu nel 2011 a seguito dell’operazione militare Nato che ha destituito l’ex Rais Muammar Gheddafi, vista l’elevata “permeabilità” dei 5mila chilometri di frontiera libica e le oltre 150 violazioni del “cessate il fuoco”.

Per questo i portuali, pacifisti e antimilitaristi che si sono mobilitati in questi mesi e martedì scorso, non intendono fermarsi al risultato ottenuto con le proteste della passata primavera, che portarono al blocco dei carichi di armamenti dal porto di Genova, ma intendono andare avanti con la loro lotta anche contro il transito di armi ‘autorizzato’: “I mercanti di morte non amano avere i riflettori puntati – spiegano dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali – per questo motivo abbiamo deciso che non gli daremo tregua”.

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