Il Piano per il Sud del governo giallorosso, presentato a Gioia Tauro dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, insieme al ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, e alla titolare dell’Istruzione, Lucia Azzolina, promette molto. Facendo ricorso ad una buona dose di retorica. Perché non è solo questione di soldi disponibili. Ma di un progetto credibile. E non dell’ennesimo “libro dei sogni”. Ma si sa, il Sud riveste la sua rilevanza. Tanto è vero che non c’è stato governo che non abbia sbandierato il suo Piano per il Sud. Con alcune differenze, ma con almeno un elemento in Comune. Si sono rivelati tutti un bluff. Due esempi: nel 2015 ci ha provato Renzi; prima, nel 2009, era stata la volta di Berlusconi. Ed ora tocca al Pd e al M5s, i due partiti inquieti per quel che accadrà a loro nel prossimo futuro.

Nella presentazione di Conte non c’è settore che non venga nominato. Anzi, quasi evocato. “Abbattere le barriere che dividono il Paese?” C’è!, “Ridurre gli squilibri territoriali”? Anche! “Arginare lo spopolamento delle aree interne?” Certamente c’è. Così come “Fermare l’esportazione delle nostre migliori eccellenze nazionali, i giovani, i giovani cervelli”. Il tutto con l’obiettivo di “Rilanciare il Sud”, ovviamente.

Un capitolo è dedicato anche alla sostenibilità ambientale “Il Sud deve essere il terreno del Green New Deal”, ricorda il premier nel suo intervento. Che non si accontenta di mostrarsi interessato all’ambiente. Va oltre, sostenendo che “le nostre politiche nazionali sul Green New Deal, possono trovare, anche in questa terra di Calabria, nel sud, il terreno di elezione, perché qui forse ancora più che altrove possiamo sprigionare l’abbraccio tra economia ed ecologia, con questa meravigliosa terra”. Un abbraccio ci sta sempre bene. Come d’altra parte l’aggiunta del “meravigliosa” a “questa terra”.

Le infrastrutture? Non possono mancare! “Sapete quanto dista Roma-Reggio Calabria? 700 chilometri! Risposte esatte. Sapete quanto dista Roma-Torino? 690 km. Perché se io vado a Torino devo impiegare poco più di 4 ore e se invece da Roma vado a Reggio Calabria devo impiegare 5 e più ore?”. Conte usa un esempio per rendere più comprensibile quel che dice. Ma il problema è che i tempi di percorrenza per il Sud e per spostarsi da una città all’altra sono ben noti. A tutte le persone che abitano nel Mezzogiorno oppure vi si recano per lavoro o vacanza. Dunque il “miglioramento delle Infrastrutture, della linea ferroviaria, delle linee stradali” sono necessari. Senza alcun dubbio.

I Comuni? Hanno bisogno di interventi di messa in sicurezza di edifici pubblici, per efficientamento energetico e per mobilità sostenibile. Le risorse ci sono, ovviamente. Tocca ai sindaci sbrigarsi.

L’occupazione femminile? Molto più che una priorità! I giovani imprenditori che vogliono rimanere qui al Sud? Nessuna paura. Ecco “Resto al sud” e “Cresci al sud”. Misure pensate proprio per loro. L’intervento del premier per certi versi completato da quello del ministro Provenzano. Che, secondo ormai una consuetudine, ha proceduto per slide. Schematizzando. Passando in rassegna tutti i problemi del Sud. Fornendo una soluzione per ciascuno di essi, naturalmente. Compreso “l’abbandono scolastico”, “le infrastrutture scolastiche”. Senza dimenticare il patrimonio culturale, ovviamente. Da “promuovere quale strumento di connessione sociale e nuovo volto dell’Italia interna nel mondo”. I centri storici di di Napoli, Cosenza, Taranto e Palermo? Da recuperare e riqualificare. Ovviamente.

Insomma questo Piano per il Sud promette di cambiare il Meridione. Celebrando finalmente il riscatto economico, sociale e culturale di regioni che dall’Unità d’Italia sono in forte sofferenza. Il proposito sarà buono, impossibile dubitarlo. Ma mostrare delle perplessità, naturale. Disfattismo? Ragioni politiche? Niente di tutto questo. Le ragioni molto più profonde. Due casi per Tutti. Scuola e Patrimonio culturale. Iniziamo dalla prima. “Restituire alla scuola il ruolo di motore di emancipazione personale, luogo di aggregazione sociale e presidio di cittadinanza”, dovrebbe essere un obiettivo prioritario. E’ indiscutibilmente condivisibile. Ma sostanzialmente irraggiungibile, se si afferma di poterlo raggiungere con le “Scuole aperte tutto il giorno” e il “potenziamento dell’edilizia scolastica”.

Perché per tenere aperte le scuole sempre, anche il pomeriggio, serve quanto meno la sorveglianza. Insomma i collaboratori scolastici. Che nella realtà almeno ora risultano molto spesso in numero insufficiente anche la mattina. Perché tanti edifici scolastici avrebbero necessità di interventi radicali. Così generali da costringere a degli spostamenti per tempi prolungati in altre sedi per assicurare il proseguo delle normali attività. Così costosi da divenire sostanzialmente impossibili. Senza contare che preliminarmente ad ogni operazione sarebbe necessario avere delle stime, esatte, sulle scuole. Dal momento che secondo il portale del Miur sull’edilizia scolastica le informazioni sono ancora lacunose. Riguardo l’“agibilità” e la “Valutazione dei rischi”, innanzitutto. Considerando che le scuole che non hanno fornito informazioni, risultano 3922 in Campania, 2458 in Puglia, 563 in Basilicata, 2150 in Calabria e 3669 in Sicilia. Tutt’altro che poche. Possibile che si affronti un tema tanto delicato dimenticandosi di partire dall’imprescindibile dato iniziale?

Il pressapochismo, che sembra aver indirizzato le idee sulla Scuola si trasforma nell’arte di raccontare storie passando alla valorizzazione del patrimonio culturale. Perché il modello che si prospetta è quello del Grande Progetto Pompei. Per cui ecco altri nuovi “Grandi Progetti”. A Pompei, Ercolano e Torre Annunziata, al Parco archeologico di Sibari e al Museo della Sibaritide, oltre che all’Acquario mediterraneo, a Taranto. Partendo dall’assunto che il Grande Progetto ha reso Pompei il luogo delle scoperte sensazionali ed uno straordinario bancomat con gli afflussi abnormi di visitatori, possibile che la valorizzazione del patrimonio artistico-archeologico del Sud non potesse contemplare altro, oltre alle città vesuviane e a Sibari? Dov’è finita l’attenzione per il patrimonio capillare della quale ha parlato anche recentemente il ministro Franceschini?

Parlare del Sud, avendo di fronte la gente di quelle Terre, è agevole. Promettendo ogni cosa. Bisognerebbe avere poi la serietà di rispettare gli impegni, una volta che se ne ha la possibilità. Altrimenti si tratta di illusioni. Di un gioco delle parti.

E’ per questi motivi che si fa strada il dubbio che dietro il Piano per il Sud più che un Progetto per l’Italia, come ha sostenuto il ministro Provenzano, ci sia poco. Se non la consueta vuota retorica sulla rinascita del Sud offerta al popolo con una sapiente strategia di comunicazione. Persuasiva quanto basta. Un Sud che, per alcuni versi, si trasforma in Nord.

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