Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha promosso l’azione disciplinare nei confronti del pubblico ministero Alessandra D’Amore, che ha seguito il caso dell’omicidio di Marco Vannini, il ragazzo di vent’anni ucciso mentre era in casa della sua fidanzata Martina a Ladispoli, sul litorale romano, il 17 maggio 2015. Come riporta il quotidiano il Messaggero, al magistrato verrebbe contestato di aver svolto in maniera superficiale l’inchiesta sulla morte del ragazzo, ucciso con un colpo di pistola sparato dal padre della fidanzata Antonio Ciontoli e di aver arrecato, così, “un ingiusto danno ai genitori del ragazzo”. Il magistrato avrebbe già chiesto di essere ascoltato e la richiesta potrebbe essere accolta nei prossimi giorni. Solo la scorsa settimana, la I Corte penale della Cassazione, ha disposto un appello bis per tutta la famiglia di Antonio Ciontoli, principale imputato.

L’INDAGINE DEL MINISTERO – Bonafede aveva chiesto da tempo che l’ispettorato del ministero facesse luce su alcuni aspetti della vicenda e già a maggio 2019 era pronta una relazione sul caso nella quale si mettevano in evidenza un paio di punti critici. Questo ancora prima della testimonianza di Davide Vannicola, amico dell’ex comandante dei carabinieri di Ladispoli Roberto Izzo, ai microfoni della trasmissione Le Iene. Secondo il suo racconto, l’ex maresciallo gli avrebbe riportato un’altra versione di quello che accadde il giorno in cui morì Marco, rispetto a quella fornita dai Ciontoli. Una versione secondo la quale il sottufficiale starebbe coprendo qualcuno. Tra i punti critici evidenziati nella relazione potrebbero esserci i dubbi sulla sufficienza delle verifiche eseguite nella casa dei Ciontoli, teatro di una sparatoria che, però, non è mai stata sequestrata. Non solo. Il consulente di parte della difesa, il generale Luciano Garofano, ha sempre sottolineato il diniego opposto dalla Procura di Civitavecchia alla possibilità di accedere alla casa dei Ciontoli per fare indagini sul luogo del delitto.

IL LEGALE DEI GENITORI DI MARCO – “Non vogliamo commentare iniziative disciplinari, ma ci limitiamo a dire che in primo grado le indagini sono state svolte in modo da raccogliere una montagna di elementi più che sufficienti a dimostrare la colpevolezza degli imputati. Nel caso va valutato il comportamento dei giudici”. Queste le parole dell’avvocato Celestino Gnazi, legale dei genitori di Marco Vannini. “Il pubblico ministero – prosegue il legale – nel processo di primo grado ha portato avanti ’accusa di omicidio volontario per tutta la famiglia Ciontoli e non era scontato. Così come non era scontato e semplice presentare un ricorso in Appello”.

QUANDO IL MINISTRO SI DISSE INDIGNATO – Ma Bonafede era intervenuto sul caso, anche prima, a gennaio 2019. Perché mentre l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta, annunciava il suo impegno affinché “al signor Ciontoli” non fosse concesso il reintegro in Forza Armata, il Guardasigilli si è detto “indignato” per la frase pronunciata dal magistrato Andrea Calabria durante la lettura del dispositivo della sentenza di secondo grado. Alla lettura della sentenza, infatti, la mamma di Marco Vannini, aveva protestato per la pena ridotta a Ciontoli. In risposta, il giudice le intimò di smettere, per evitare di “farsi una passeggiata a Perugia” ed essere denunciata per oltraggio alla Corte. “Ritengo sia inaccettabile, ho già attivato gli uffici affinché vengano fatte tutte le verifiche e gli accertamenti del caso” commentò il ministro.

IL NUOVO PROCESSO – La settimana scorsa, intanto, la Corte di Cassazione ha rinviato a nuovo processo. Torneranno in aula, dunque, anche Maria Pizzillo, moglie del sottufficiale della Marina militare distaccato ai servizi segreti (e sospeso dal servizio in seguito alla vicenda giudiziaria) e i figli Federico e Martina. Gli ermellini hanno accolto la richiesta del sostituto procuratore della Corte di Appello di Roma, Vincenzo Savariano, secondo cui si trattò di un omicidio volontario con dolo eventuale, e dei genitori di Marco Vannini, Marina Conte e Valerio Vannini, contrari alla sentenza di appello emessa il 29 gennaio 2019, in favore di Antonio Ciontoli, che aveva ridotto la 5 anni di reclusione la condanna a 14 anni emessa dal Tribunale di Roma in primo grado. In appello l’omicidio volontario era stato derubricato in omicidio colposo. Immutate, invece, in entrambi i gradi di giudizio, le condanne per omicidio colposo a tre anni di reclusione ciascuno per Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina Ciontoli.

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