Quando l’abito fa il monaco, o meglio la protesta, e senza scadere nell’omologazione del “monocolore” da #MeToo. Agli Oscar della sovversione la politica è stata protagonista anche in altri termini, oltre a quelli verbali di alcuni acceptance speech. Bisogna partire dal fondo della serata per cogliere il segno non banale inciso ieri notte al Dolby Theater, un sano vento che spira verso sinistra soffiato da una Hollywood finalmente meno egocentrica e ossessivamente monotematica.

Al capolinea della cerimonia-show si elevava dunque una signora in rosso, talmente eloquente già in quanto “presenza” da meritarsi una standing ovation ancor prima di aprire bocca. Perché Jane Fonda, la regina delle proteste che a 80 anni è fiera di essere arrestata per una giusta causa, ha sempre saputo dove e come bisogna stare. Chiamata (non a caso) a introdurre la statuetta più ambita, l’Oscar al miglior film, le è bastato indossare la mise giusta per risvegliare le coscienze.

Riciclando l’Elie Saab Couture di ben cinque anni fa (indossato all’inaugurazione del Festival di Cannes del 2014), lady Jane ha pensato di accompagnarlo all’ormai mitico cappotto rosso fuoco (acquistato in saldo) che portava lo scorso ottobre quando fu arrestata sulla scalinata di Capitol Hill protestando contro le politiche scellerate di Donald Trump sul cambiamento climatico. “E’ l’ultimo capo di abbigliamento che comprerò nella mia vita” aveva detto, e a quanto (ap)pare ha mantenuto la parola, con tanto di recycling esibito. E anche i gioielli Pomellato dell’ex Barbarella brillavano di sostenibilità, “usano solo oro estratto in modo etico e responsabile, e diamanti solidali”.

Sua “erede” (solo perché più giovane) naturale si è confermata l’altra paladina dei diritti, Natalie Portman, a cui pure è bastato indossare la cosa giusta per fare uno statement. Sulla sua magnifica cappa non era intessuta solo la firma di Dior, ma anche i cognomi delle registe a sua opinione “ingiustamente snobbate dall’Academy”, denunciando l’evidente carenza di cineaste nelle varie cinquine, specie nella categoria dei registi totalmente al maschile. Lorene Scafaria, Lulu Wang, Greta Gerwig, Marielle Heller, Melina Matsoukas, Alma Har’el, Céline Sciamma e Mati Diop: sono loro le gemme escluse dall’Academy ma incluse nel manto di Natalie, un grido più forte di ogni proclama vocale.

Ma qualcuno, ed è maschio in questo caso, le parole giuste le ha usate. Entrambi premiati come migliori attori – rispettivamente protagonista e non – Joaquin Phoenix e Brad Pitt hanno utilizzato anche “politicamente” (ma nel miglior senso del termine) il loro spazio. Soprattutto il primo, ormai il Joker per definizione, è sembrato voler sigillare agli Oscar una serie di discorsi enunciati alle varie premiazioni che lo hanno celebrato per questo ruolo.

“Dare voce a chi non ha voce” è stato il punto di partenza di un commosso Phoenix, continuato con “penso a volte che sentiamo, o ci fanno sentire, che lottiamo per cause diverse. Ma, per quanto mi riguarda, vedo condivisione. Sia che parliamo di disuguaglianza di genere o razzismo o diritti Lgbt o degli indigeni o degli animali, stiamo parlando della lotta contro l’ingiustizia. Stiamo parlando della lotta contro l’opinione che una nazione, un popolo, una razza, un genere, una specie, ha il diritto di dominare, usare e controllare un’altra con impunità”.

Parole dense quelle di Joaquin – che non ha perso occasione di dedicare il suo Oscar al fratello scomparso River – non distanti dalla frase dichiaratamente anti Trump pronunciata dal collega Brad Pitt, nel suo discorso di ringraziamento per la statuetta da supporting (in realtà co-protagonista) in C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino. “Mi hanno detto che ho 45 secondi per parlare, però sono 45 secondi in più di quanti il Senato ne ha dati a John Bolton questa settimana”. Per chi lo ignorasse, Bolton è l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale chiamato a deporre nel processo per l’impeachment al presidente in carica.

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