Dal 1 febbraio il Regno Unito non è più uno Stato membro dell’Unione europea. È stato dunque portato a compimento il mandato del referendum del 2016 che chiedeva “Dovrebbe il Regno Unito rimanere un membro dell’Unione europea o dovrebbe lasciare l’Unione europea?”. La maggioranza dei votanti aveva optato per lasciare l’Unione e la notte dello scorso 31 gennaio sono stati accontentati.

Concretamente nulla cambia da oggi se non il fatto di non essere più membri dell’Unione. I veri cambiamenti sono stati rimandati alla fine di una fase di transizione che durerà fino al 31 dicembre 2020, senza slittamenti, secondo quanto affermato dal primo ministro Boris Johnson.

Si apre quindi un periodo di trattative che potrebbe portare a modelli di rapporti tra Regno Unito e Ue molto diversi tra loro, dal momento che il quesito del referendum non faceva riferimento a nient’altro se non all’appartenenza all’Unione, senza far parola sul come declinare questa “non appartenenza” negli accordi da stipulare in futuro, dopo il recesso.

La base per sviluppare i rapporti futuri si trova nella “Dichiarazione politica” che accompagna l’”Accordo di recesso“: “I futuri rapporti dovrebbero basarsi su un quadro istituzionale complessivo…” (art. 118); “Le parti prendono atto che il quadro istituzionale complessivo potrebbe prendere la forma di un Accordo di Associazione” (art. 120).

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea prevede, all’articolo 217, che “L’Unione può concludere con uno o più paesi terzi o organizzazioni internazionali accordi che istituiscono un’associazione caratterizzata da diritti ed obblighi reciproci, da azioni in comune e da procedure particolari”.

Diversamente dalla Dichiarazione politica, questi nuovi accordi sarebbero giuridicamente vincolanti. Esistono tre tipi di accordi internazionali: accordi commerciali, accordi di partenariato e cooperazione, accordi di associazione. Questi ultimi coprono un maggior numero di aree, non solo quella commerciale, e la vastità degli argomenti da affrontare rende poco credibile una conclusione delle trattative entro la fine di quest’anno.

Solo il problema del confine irlandese è stato sviscerato e discusso, ma con risultati tutti da verificare sul piano concreto e operativo. Altre decine di punti andranno risolti (flusso di persone, beni, servizi, capitali, sicurezza, politica estera, etc.) e, se davvero non ci saranno proroghe, non si può escludere un’uscita caotica che, in mancanza di accordi su condizioni di partenza paritarie (level playing field) potrebbe creare la situazione ideale per chi sogna una “Singapore sul Tamigi”.

Per cominciare la nuova fase, il capo negoziatore europeo, Michel Barnier, ha annunciato per lunedì la presentazione di una bozza di mandato per la conclusione di un accordo con il Regno Unito, ormai un paese terzo rispetto all’Unione e ha specificato: “Una cosa è chiara: gli interessi di ciascuno stato membro dell’Unione e di tutti i nostri cittadini vengono per primi”.

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