Per quella sorta di sindrome del condominio, o del pianerottolo, che sembra divorare la nostra attenzione politica, nell’ultima tornata elettorale regionale non si è quasi mai parlato dei problemi concreti più importanti che sono di fronte ai decisori pubblici. E meno che mai se ne parlerà adesso, a voti contati, dopo una campagna che ha avuto il clou simbolico – non a caso – in un episodio legato a un citofono delle case popolari del Pilastro a Bologna.

Così, per esempio, è passata totalmente sotto silenzio, in tv e su gran parte dei media, la valutazione dell’impatto del cambiamento climatico e della svolta ecologica europea sul sistema dell’Emilia-Romagna, che – non va dimenticato – è il motore della locomotiva produttiva d’Italia, con Lombardia e Veneto.

Dopo la plastic-tax, è vero, qualche osservatore ha accennato all’urgenza di una riconversione dell’industria della plastica e dell’automazione per l’impacchettamento, due eccellenze emiliane oggi alle prese con la sostenibilità.

Del resto, l’Unione europea, principale esportatore di rifiuti di plastica con 26 milioni di tonnellate, deve fare i conti con la svolta dei cinesi, e ormai anche dei paesi asiatici meno ricchi, che arrivano a bloccare in porto i nostri container tracimanti avanzi di polimeri artificiali sporchi per rispedirli indietro.

E sono passate totalmente sotto silenzio altre notizie clamorose, come quelle appena uscite da un corposo rapporto del McKinsey Global Institute, Climate risk and response: physical hazards and socioeconomic impacts. Questo malloppone di analisi e previsioni, alto 144 pagine, viene dal centro di ricerche della più importante società di consulenza manageriale. Secondo gli studiosi McKinsey, entro il 2030 la nostra produzione agricola e di cibo, nonché l’offerta turistica balneare, subiranno duri colpi dal global warming, con il risultato di cedere svariate quote di mercato presumibilmente al Canada e ai mari del Nord-Europa.

Saranno a rischio due sistemi di prim’ordine dell’Emilia Romagna; la food valley con Parma capitale e la riviera adriatica intorno a Rimini. Del resto queste tendenze sono già in atto: gli eventi atmosferici dell’anno scorso hanno brutalizzato “il capitale naturale” delle riviera adriatica, e non solo per l’erosione delle spiagge (si pensi ai danni devastanti subiti dalla Pineta di Milano Marittima), mentre s’infuocava il dibattito sull’accordo di scambi commerciali con il Canada, denunciato da agricoltori e ambientalisti come pericoloso.

È chiaro che gli imprenditori emiliano-romagnoli, e la stessa amministrazione pubblica locale, stanno già un po’ tentando di giocare d’anticipo. Pensiamo, per esempio, alla riconversione d’immagine della principale industria alimentare, Barilla, per far fronte alla nuova sensibilità ecologica – dalla rinuncia a utilizzare l’olio di palma ogm-modificato all’impiego di farine integrali e biologiche – oppure al valido tentativo di destagionalizzare il turismo in Romagna grazie a una forte propensione verso le due ruote, di cui la celebre gara amatoriale dei Nove Colli di Cesenatico è un po’ l’emblema.

Ma, certo, dinanzi al climate change servirebbe un rinnovato e forte impegno politico-amministrativo e di programmazione, altrimenti non sarà più l’Emilia-Romagna a tirare la locomotiva del treno Italia. Purtroppo adesso la sindrome del condominio, o del pianerottolo, trasformerà in un pollaio di polemiche da cronaca nera anche la sfida che si aprirà nelle vicine Marche, un’altra regione che è stata addirittura esemplare dell’Italia delle piccole e medie imprese d’eccellenza.

I problemi sono analoghi, e forse ancor più urgenti. Se vi fermate in una qualche piacevolissima cittadina, come m’è capitato di recente a Porto Sant’Elpidio, e riuscite ad alzare lo sguardo da tavola, ovvero al di là delle eccellenze eno-gastronomiche (vantano anche una birra artigianale da premi, Mukkeller), noterete quanto sia evidente il rischio di una progressiva de-industrializzazione.

Dopo la chiusura del grande impianto di produzione di concimi, in quest’area del fermano fanno i conti con la forte delocalizzazione nell’industria calzaturiera, che è ancora un gioiello e proietta comunque l’Italia ai vertici del mercato mondiale delle scarpe, ma che ha via via portato produzioni e lavorazioni fuori, verso Est, prima in Europa e ora anche in Asia.

Ancora, i problemi comuni alle coste adriatiche qui sono aggravati dalle piattaforme petrolifere e del metano, che invadono l’orizzonte e stravolgono il sottosuolo, e da una crisi sempre più evidente della pesca, che non viene certo compensata da qualche chilo in più di mazzancolle nelle reti, sintomo della rapida tropicalizzazione dei nostri mari.

Ecco, la domanda sarebbe: vogliamo affrontare seriamente i problemi reali o lasceremo trasformare tutte le elezioni in un paranoico referendum da tifo allo stadio, pro e contro il Capitano e i cartellini degli stranieri?

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