Il 19 gennaio la Gazzetta ufficiale del Qatar ha pubblicato un emendamento al codice penale, l’articolo 136bis – di fatto una vera e propria legge – che introduce nuovi pesanti limiti alla libertà d’espressione, oltre a quelli già previsti dalla Legge sulla stampa e sulle pubblicazioni del 1979 e da quella sui reati informatici del 2014.

Le nuove norme prevedono fino a cinque anni di carcere per “chi diffonda, pubblichi o ripubblichi notizie false o faziose, dichiarazioni, notizie o propaganda provocatorie all’interno o fuori dal paese, con l’intenzione di danneggiare l’interesse nazionale, infiammare l’opinione pubblica, violare il sistema sociale o il sistema pubblico dello stato”. La traduzione, letterale, evidenzia una definizione del tutto vaga o generica di cosa possa essere considerato “falso”, “fazioso” o “provocatorio” o possa “infiammare l’opinione pubblica”.

Il primo a farne le spese è stato il quotidiano al-Raya, non certo di opposizione: il giorno prima della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, l’edizione online del giornale ha pubblicato il testo della legge, senza alcun commento o editoriale. Neanche 24 ore dopo, al-Raya ha dovuto cancellare il testo, pubblicare delle scuse ed esprimere rincrescimento “per aver acceso una polemica”, ammettendo di essersi affidato a “una fonte non ufficiale e aver pubblicato senza verificare presso le autorità competenti”.

A meno di tre anni dall’inizio dei mondiali di calcio, che il Qatar ospiterà alla fine del 2022, le autorità dell’emirato del Golfo persico vogliono evitare ogni critica. E dire che nel 2018 il Qatar si era preso l’applauso mondiale per aver aderito al Patto internazionale sui diritti civili e politici, che garantisce all’articolo 19 il diritto di cercare, ricevere e diffondere opinioni e informazioni.

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