C’è chi racconta di essere stato spinto giù dalle scale da un gruppo di agenti penitenziari, e poi preso a calci e pugni. C’è un detenuto al ’41 bis’ a cui un’ispettrice avrebbe bruciato le dita dei piedi. E molti riferiscono di essere stati aggrediti in luoghi non coperti da telecamere a circuito chiuso. Tutto riportato, nero su bianco, nelle circa cinquanta pagine del rapporto del Comitato anti tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa sulla visita condotta, a marzo scorso, nelle carceri di Biella, Milano Opera, Saluzzo e Viterbo. Non solo il Comitato ha raccolto diverse testimonianze su presunti maltrattamenti fisici inflitti da parte del personale di polizia penitenziaria, ma ha anche riscontrato che le descrizioni delle lesioni contenute nelle cartelle cliniche sono compatibili con i racconti dei detenuti. Molti hanno parlato di continue provocazioni e insulti a sfondo razzista. Almeno quelli che hanno potuto, perché al carcere ‘Mammagialla’ di Viterbo, per esempio, è stato inizialmente negato ai membri della delegazione di ascoltare i detenuti nelle loro celle. In seguito, i colloqui sono stati interrotti dal personale di custodia e i nomi delle persone ascoltate sono stati registrati. Parliamo del carcere dal quale, ormai da un paio di anni, i detenuti scrivono ad Antigone e al Garante dei detenuti del Lazio, raccontando della ‘cella liscia’, di ‘calci e pugni’ in faccia o di aver perso la vista a un occhio in seguito ad aggressioni.

GLI EPISODI DI VIOLENZA – Qui un ragazzo ha spiegato di essere stato colpito alla testa con chiavi di metallo. Un altro sarebbe stato protagonista di due episodi: prima un’ispettrice sarebbe entrata nella sua cella, bruciandogli le dita dei piedi per verificare se stesse fingendo uno stato catatonico mentre, circa un anno fa, a fare irruzione nella sua cella sarebbe stato un gruppo di sette ufficiali, con l’equipaggiamento protettivo antisommossa, che gli avrebbe inferto diversi colpi di manganello alle gambe. “Numerosi prigionieri – scrive il Comitato – intervistati separatamente, hanno identificato alcuni ufficiali carcerari e ispettori come responsabili di numerosi episodi di presunti maltrattamenti e hanno fatto riferimento all’esistenza di un gruppo di intervento punitivo informale della polizia penitenziaria”, che i detenuti hanno chiamato “squadretta”. Dura la presa di posizione del Comitato. Che raccomanda al Dipartimento dell’amministrazione penitenziari “di rivedere i sistemi in atto in tutte le carceri per garantire che vi sia una migliore supervisione degli incidenti, dell’uso della forza da parte degli ufficiali penitenziari e che i detenuti abbiano chiare vie di denuncia in merito a presunti maltrattamenti da parte del personale”. Secondo il Comitato la prigione di Viterbo ha certamente bisogno “di una maggiore supervisione manageriale alla luce del modello apparente” emerso nel dossier. Non solo. Il Cpt raccomanda “alle autorità italiane di garantire che sia esercitata la dovuta diligenza” affinché la registrazione degli episodi critici “rifletta una descrizione accurata degli incidenti e di eventuali accuse fatte dai detenuti”. Neppure le autorità giudiziarie vengono risparmiate: “Non dovrebbero accontentarsi semplicemente della versione degli eventi fornita dal personale penitenziario”.

ANTIGONE: “DENUNCIAMO DA TEMPO” – “Quello che emerge nel report è una situazione che denunciamo da diverso tempo” ha commentato l’associazione Antigone. I casi di violenze nelle carceri di Viterbo e Biella “erano stati oggetto di esposti da parte della nostra associazione” dice il presidente Patrizio Gonnella, auspicando che vi sia “un’accelerazione nelle indagini amministrativa e penale”. Tra gennaio 2017 e giugno 2019, sono stati undici gli agenti sottoposti a procedimento disciplinare per fatti di maltrattamenti, mentre 52 sono quelli sottoposti a procedimento penale. Nel frattempo, proprio dal carcere di Viterbo, i detenuti hanno continuato a scrivere al Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia. Da una sua denuncia era partita un’inchiesta. “Ho presentato un altro esposto – spiega a ilfattoquotidiano.it – dopo la lettera ricevuta da un ragazzo che non è più al ‘Mammagialla’”.

LE INCHIESTE SUL MAMMAGIALLA – In tutto sono quattro i fascicoli aperti: una seconda inchiesta è scatta dopo la denuncia della moglie del 32enne Giuseppe De Felice, che le ha raccontato di essere stato picchiato da una decina di agenti penitenziari, armati di una mazza bianca, che indossavano guanti neri. Un terzo fascicolo è stato aperto in seguito alla morte, a maggio 2018, del detenuto Andrea Di Nino, 36 anni. Il secondo suicidio del 2018 dopo quello del 20enne Abouelfetouth Mahomoud. Di Nino è stato trovato impiccato il 21 maggio, in cella d’isolamento, ma i familiari sono convinti che non si sarebbe mai potuto suicidare, perché gli mancava un anno alla fine della pena ed era convinto che sarebbe uscito anche prima. Una quarta indagine della magistratura è stata avviata dopo la morte di Hassan Sharaf, egiziano di 21 anni, anche lui trovato impiccato dopo una serie di episodi contraddittori. “So che c’è stata una richiesta di archiviazione da parte della procura, a cui si è opposta la famiglia, sostenuta anche dal Consolato – racconta Anastasia – È ormai acclarato che si sia trattato di suicidio. Il punto è chiarire se ci siano state condotte tali da portarlo a quel gesto”.

I DATI SULLE CARCERI – Il dossier del Comitato è stato pubblicato pochi giorni dopo quello del Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Il dato più evidente riguarda l’indice di sovraffollamento: siamo al 129,40%. A fronte di una capienza generale di 50.692 posti, nelle strutture ci sono 60.885 detenuti. La regione più in sofferenza è la Lombardia, seguita da Puglia, Lazio e Campania. Ed ecco l’altra faccia della violenza: il numero di aggressioni subìte dal personale penitenziario. Nel 2019 sono state 800, mentre solo nei primi 17 giorni del 2020 ne sono state registrate 41. Lo scorso anno, inoltre, sono stati 53 i suicidi in carcere. Secondo il segretario di Radicali italiani Massimiliano Iervolino “il superamento definitivo delle criticità riscontrate dal Consiglio d’Europa richiede una riforma complessiva del sistema giustizia, a partire dalla depenalizzazione dei reati minori e dalla revisione dei meccanismi di custodia preventiva, provvedimenti che inciderebbero in modo decisivo sul sovraffollamento cronico degli istituti”.

DALL’ISOLAMENTO DIURNO AL 41 BIS – Nel dossier, inoltre, il Cpt chiede di abolire la misura dell’isolamento diurno imposto dal tribunale come sanzione penale accessoria per i detenuti condannati a reati che prevedono la pena dell’ergastolo. Una misura ritenuta “punitiva”, “potenzialmente dannosa” per la salute mentale dei detenuti. Oltre a esprimere riserve anche rispetto ad altre forme d’isolamento, in particolare per i limiti (meno attività e meno contatti con altri anche per anni) imposti ai carcerati, il Comitato chiede una serie di riforme del 41 bis che riguardano sia le limitazioni previste per i detenuti sia la prassi con cui si decide di mantenere un carcerato sotto il regime.

DA VITERBO A CASSINO – Riguardo alla situazione particolare di Viterbo, per Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali Italiani che più volte ha fatto visita al Mammagialla, “quello che scrive il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa è inquietante, ma è una drammatica conferma”. Le percosse, i casi di violenza, i soprusi, l’esistenza di una ‘squadretta punitiva’ sono stati raccontati anche a lui. “Tre mesi fa – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it – ho chiesto formalmente al ministro Bonafede un incontro in cui poter riferire quanto avevo visto e ascoltato, senza tuttavia ricevere risposta. Ancora mi domando chi ha stabilito che il Mammagialla debba essere un carcere ‘punitivo’”. Di fatto, qui vengono spesso ‘trasferiti per ordine e sicurezza’ detenuti affetti da disturbi psichiatrici o, comunque, considerati ‘difficili’. E la cronaca quotidiana racconta anche di aggressioni al personale, dagli agenti alle infermiere. Episodi che alimentano un clima già teso. Tra l’altro, in tema di sovraffollamento, il carcere sconta anche l’ospitalità data ai detenuti fatti trasferire qui, dopo il crollo di un’ala dell’istituto penitenziario di Cassino, “altro istituto letteralmente cadente. Quando ci sono stato faceva così freddo, che sembra di stare all’aperto”. Nel Lazio, altra emergenza è quella della struttura di Latina, con spazi piccoli “dove è difficile pensare a qualsiasi tipo di attività, come biblioteche, palestre e campi sportivi, problema comune a tanti, troppi, penitenziari italiani”.

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