Le app di Facebook – Facebook, Instagram, Messenger e Whatsapp – hanno contribuito a consentire a 25 milioni di imprese europee di generare, nel solo 2019, un fatturato di circa 208 miliardi di euro, il che significherebbe circa 3,1 milioni di posti di lavoro.

Sono i numeri che rimbalzano da una ricerca commissionata – ed è bene dirlo subito – dalla stessa Facebook alla Copenhagen Economics e che Nick Clegg, vicepresidente Global affairs and communications, uno dei manager più influenti del gigante di Menlo Park ed ex vicepremier inglese nel governo guidato da David Cameron, ha commentato ieri 21 gennaio durante un incontro alla Luiss.

I numeri – a quanto si riferisce nello studio, risultato di una ricerca condotta su un campione di 7700 imprese europee – si limitano a confermare e dimensionare un fatto noto e incontrovertibile: l’impatto dei servizi erogati da Facebook sull’economia del vecchio continente è rilevante, anzi, determinante.

Poco utile, davanti alla fotografia scattata dalla Copenhagen Economics, riflettere sulla puntualità delle cifre, sull’eventuale influenza della commessa sui risultati, sulla circostanza che, attraverso la ricerca, Facebook voglia presentare il suo volto migliore di agevolatore, facilitatore e amplificatore, tra gli altri, di industrie e mercati europei.

Il fenomeno è quello che in Tribunale si definisce “fatto notorio”, non ha bisogno di prove. E – anche se questo è fuori dall’ambito della ricerca – l’impatto dei servizi di Facebook sulla società non si limita all’economia. Politica, relazioni personali, ecosistema mediatico sono tutti ambiti di vita dell’uomo egualmente travolti dalla rivoluzione dei social network. Niente o poco è come prima.

E non è un caso, infatti, se le riflessioni di Clegg sui risultati della ricerca della Copenhagen Economics si sono ritrovate accanto a quelle sul caso Casapound – in relazione al quale il top manager di Facebook ha parlato di una decisione “estrema”, ma che continua a ritenere “giusta” anche a seguito della decisione con la quale i giudici italiani hanno imposto la riattivazione del profilo che il social network aveva autonomamente bloccato per presunta contrarietà alle proprie policy.

Ma il cuore dell’intervento di Clegg di ieri – anche questo, come i risultati della ricerca, non nuovo né originale – è un altro: l’ex vicepremier inglese oggi supermanager di Menlo Park ha chiesto all’Unione europea e, in generale, ai governi del mondo di farsi carico di regolamentare la vita su Facebook.

È una richiesta che, ormai, i giganti della Silicon Valley e in generale del web fanno con insistenza crescente avendo, probabilmente, capito che la fuga in avanti tentata sin qui cercando di imporre al mondo – per la verità anche complice la latitanza dei governi – la dittatura delle loro condizioni generali di contratto non è più sostenibile. E un invito che non bisognerebbe farsi ripetere due volte.

Una regolamentazione per principi che demandi a strumenti di soft law, autodisciplina, corregolamentazione e regolamentazione secondaria flessibile, magari affidata a Autorità indipendenti, è divenuta indispensabile per uno sviluppo sostenibile della società.

I governi di mezzo mondo stanno infatti, purtroppo, continuando a demandare ai giganti del web – più a colpi di comunicati stampa, dichiarazioni, indagini e decisioni episodiche che di leggi e convenzioni internazionali – una serie di compiti che sono e dovrebbero restare appannaggio esclusivo di giudici e, al limite, Autorità indipendenti.

Non può essere Facebook – né nessun altro fornitore di analoghi servizi – a decidere se il profilo di un’associazione politica va chiuso o meno, non può essere Facebook a decidere se un contenuto di qualsiasi genere merita o meno di essere accessibile a miliardi di persone, non può essere Facebook a decidere – non ha importanza attraverso quale processo umano o automatizzato – cosa è vero e cosa è falso.

Non può essere Facebook, né nessun altro gigante della Silicon Valley, a dettare la dieta mediatica dell’umanità e, per questa via, a decidere che società saremo, quanto liberi saremo, quanto conteranno i soldi, quanto conteranno altri valori, quali debbano essere i modelli ai quali i nostri figli si ispirano nel diventare adulti. Ma non è colpa di Facebook – né degli altri – se questo è quello che sta accadendo.

C’è un vuoto di regole che va colmato, regole che non servono a rendere il mondo del web meno libero ma, al contrario, a garantire che il mondo resti libero e, anzi, impari a sfruttare le straordinarie potenzialità della Rete per essere enormemente più libero che in passato.

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