Facebook non è un giardino privato ma il più grande parco pubblico della storia dell’umanità e non può decidere di sbattere qualcuno fuori dal cancello solo perché ritiene che abbia violato i propri termini d’uso. E certamente non può farlo quando questo qualcuno è addirittura un’associazione politica – per quanto estremista – alla quale lo Stato riconosce diritto di cittadinanza nel nostro Paese.

È questa la sintesi della decisione con la quale ieri il Tribunale di Roma ha stabilito che il gigante di Menlo Park dovrà riattivare la pagina di CasaPound che lo scorso 9 settembre aveva chiuso contestando ai gestori di aver violato le proprie regole pubblicando contenuti violenti e inneggianti all’odio razziale. E si tratta di una decisione che è destinata a far discutere perché se il principio stabilito dai giudici – per ora in sede cautelare e, quindi, non definitiva – venisse confermato, un ciclone senza precedenti si abbatterebbe sulla vita del più celebre social network di tutti i tempi, sollevando problemi che non solo e non tanto Facebook ma neppure lo Stato sarebbe pronto a gestire.

Il Tribunale di Roma, infatti, ha stabilito – come, peraltro, auspicato da queste stesse colonne, all’indomani della cancellazione della pagina di CasaPound – che Facebook è, ormai, un’infrastruttura portante della vita anche politica del Paese, una risorsa democratica essenziale con la conseguenza che su Facebook dovrebbero valere le regole della nostra Costituzione prima che quelle negoziali scritte dagli avvocati del social network e, soprattutto, che a decidere se un contenuto possa o meno restare online dovrebbero essere i giudici e non gli algoritmi e i moderatori di Mark Zuckerberg.

È giusto così – a prescindere dal fatto che, forse, in tanti – troppi per la verità – questa volta hanno plaudito alla decisione di Facebook di sbattere fuori dai suoi confini digitali CasaPound – perché in un Paese democratico tutti hanno diritto di parola e partecipazione alla vita politica, online come offline, fino a quando un giudice non accerta che ne hanno abusato, violando i limiti imposti dalle leggi e dalla Costituzione e, solo nella misura in cui queste regole siano coerenti con le prime, quelle contenute nei termini d’uso di un servizio.

Ma lo scenario appena aperto dall’Ordinanza del Tribunale di Roma è dirompente e si sbaglierebbe a rubricare la vicenda solo come un episodio, come una vittoria di CasaPound su Facebook, un punto all’una e uno zero all’altra.

Se Facebook non è un qualsiasi fornitore privato di servizi ma un fornitore di servizi democraticamente essenziali, infatti, non solo l’articolo 49 della Costituzione secondo il quale “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” prevale sui termini d’uso della piattaforma come appena chiarito dai giudici, ma prevalgano sulle regole negoziali del gigante bianco-blu anche tutte le altre libertà riconosciuteci dalla Costituzione, a cominciare da quella di parola e a proseguire con quella di impresa.

E questo significa che il tempo nel quale Facebook decideva se e quali contenuti rimuovere o rendere meno facilmente accessibili, quali pagine chiudere, quali utenti condannare all’esilio digitale per violazione delle proprie condizioni generali di contratto potrebbe essere agli sgoccioli. Perché domani, chiunque – come ha fatto CasaPound – potrebbe bussare alla porta di un giudice italiano e chiedergli di ordinare a Dublino di ripubblicare un contenuto rimosso o di riammetterlo tra gli utenti del social network.

E, forse, un’associazione di consumatori potrebbe chiedere a un giudice di mettere fuori legge intere pagine dei termini d’uso di Facebook perché non rispettose della nostra Costituzione.

Ma sul punto bisogna essere chiari: Facebook è tanto – o troppo poco a seconda dei punti di vista – proattiva nell’ergersi a arbitro dei contenuti online perché in questa direzione l’hanno spinta gli Stati, il nostro incluso, paventandole, in caso contrario, insostenibili responsabilità per i contenuti pubblicati dai propri utenti. Facebook, quindi, probabilmente può fare a meno di essere tanto solerte nel chiudere la pagine di CasaPound o nel rimuovere un contenuto di dubbia legittimità o un’apparente fake news prima che non le venga ordinato da un giudice.

Ma lo Stato è pronto a fare a meno di Facebook al quale, negli anni, ha progressivamente e implicitamente subappaltato uno dei compiti principali che la Costituzione le affida ovvero l’amministrazione della giustizia sulla base delle leggi al fine di garantire la civile convivenza dei cittadini?

La risposta oggi è, probabilmente, negativa.

Non siamo organizzati per garantire vera giustizia online, ci siamo accontentati – commettendo un errore democraticamente insostenibile – del surrogato privato della giustizia di moderatori e algoritmi e continuiamo, anzi, a auspicare che Facebook e gli altri giganti del web facciano sempre di più in ambiti sempre più ampi perché dispongono di risorse umane, finanziarie e tecnologiche, e di conoscenze che allo Stato mancano e gli impediscono di essere altrettanto veloce e apparentemente efficace.

È arrivato il momento che lo Stato si organizzi e si doti dei mezzi necessari – eventualmente anche in collaborazione con i giganti del web – per riappropriarsi di un ruolo che in democrazia non può che essere il suo: garantire che tutti esercitino le libertà costituzionali e i diritti riconosciutici dalle leggi e che nessuno ne abusi.

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