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di Isabella Pratesi*

Decima tappa – esattamente come previsto

Arriva la pioggia sulle foreste del Tarkine. Una pioggia fredda che sembra giungere direttamente dall’Antartide, come tutti i venti che da Sud spazzano l’isola. Il fumo degli incendi scende finalmente a terra in una patina leggera.

È una giornata perfetta per scaricare le immagini della nostra camera trap. L’abbiamo posizionata nel bosco, accanto a uno dei tanti road kill (animali selvatici investiti) che tristemente accompagnano le strade australiane. La camera funziona a raggi infrarossi.

La nostra speranza è riuscire a cogliere l’immagine di un diavolo di Tasmania. Sappiamo che sono intorno al lodge perché abbiamo trovato le loro tracce, escrementi e rigurgiti. Ingoiano tutto molto voracemente e devono spesso rigurgitare il calcio delle ossa e i peli delle prede. Questi piccoli marsupiali carnivori sono il simbolo dell’isola e, nonostante vengano spesso rappresentati con aggressive fauci spalancate, sono animali schivi, difficili da incontrare e purtroppo minacciati di estinzione.

Una forma di tumore virale che colpisce la bocca dell’animale si sta rapidamente diffondendo in tutta la Tasmania. Questa grande isola è d’altronde famosa anche per un’altra recente e tragica estinzione, quella del Tilacino o tigre di Tasmania. Si tratta di un marsupiale carnivoro cacciato dai coloni fino alla totale eradicazione. L’ultimo esemplare in libertà è stato ucciso nel 1930: esiste la foto del cacciatore che espone sorridendo la preda.

Eppure alcuni tasmani, non rassegnati, continuano ad avvistarlo. Uno fra questi è il marito della nostra guida, Roger. Lui il tilacino l’ha incontrato a 8 chilometri dal nostro lodge, nel 2004. “Ero in macchina – ci racconta – quando a un certo punto ho visto al centro della strada uno strano animale acciambellato al sole. Mentre cercavo di capire cosa avessi davanti, si è alzato lentamente. Aveva la pelliccia bionda e striata come una piccola tigre. La coda tenuta bassa e lo sguardo allungato erano identici a quelli del tilacino che avevo visto nei libri. Non dimenticherò mai quell’incontro”.

La prima volta che ho letto la parola estinzione era riferita al dodo, un grande uccello australiano. Da bambina mi sembrava una cosa drammatica che l’uomo potesse cacciare un animale fino a sterminarlo. L’unica giustificazione che riuscivo a darmi era che in fondo se avesse imparato a volare, il dodo si sarebbe salvato. Oggi gli esperti dell’Onu ci dicono che sono un milione gli animali che presto si estingueranno a causa dell’uomo. Sarà difficile spiegare ai nostri figli perché abbiamo combinato tutto questo.

Sulle foreste del Tarkine continua a piovere incessantemente, ma la situazione sulla terraferma è ben diversa. Alla televisione ci dicono che l’economia del turismo trema dietro ai roghi, le assicurazioni chiedono un accordo per far fronte alle enormi compensazioni che dovranno garantire, il governo fatica a valutare quanto questa catastrofe peserà sul Pil, le famiglie sfollate cercano disperatamente nuove sistemazioni.

Esattamente tutto come previsto da chi, da anni, cerca di raccontare quelli che saranno gli effetti dei cambiamenti climatici, impatti economici compresi. E, ahimè, siamo solo all’inizio. Scopriamo che la nostra camera trap ha catturato immagini di un quoll (un incredibile marsupiale a pois) e del diavolo di Tasmania. Siamo felici delle nostre piccole catture e continuiamo il nostro viaggio nella wilderness della Tasmania.

Undicesima tappa – Dopo le fiamme, la siccità

Ci lasciamo alle spalle la regione del Tarkine e ci spostiamo verso Sud-Ovest, sempre più into the wild. In questo enorme territorio gli accessi sono rari se non impossibili. Siamo nel Franklin-Gordon National Park, una grandissima area protetta voluta e difesa dagli abitanti della Tasmania. Si è svolto qui, negli anni 80, il più importante episodio della storia dell’ambientalismo australiano.

Una parte di queste foreste era infatti minacciata da un drammatico piano dighe. In migliaia, da tutta la Tasmania, accorsero in quest’area inaccessibile, impedendo pacificamente l’apertura dei cantieri. Neanche 1.400 arresti, effettuati sulla base di una legge espressamente varata, riuscirono a fermare la protesta. L’eco degli eventi fece il giro del mondo.

Oggi grazie alla straordinaria mobilitazione queste foreste sono protette da un parco nazionale e dal riconoscimento di world heritage site (sito patrimonio dell’umanità). Questa storia dimostra la forza che la società civile può esercitare per proteggere il pianeta.

Ma enorme è anche il potere che abbiamo nel distruggerlo. Lo stiamo toccando con mano con gli incendi in Australia. Non solo le fiamme divorano beni e natura, ma la distruzione delle foreste lascia dietro di sé desertificazione e siccità. La televisione intervista i numerosi cittadini che devono già fare i conti con la penuria d’acqua: la lotta agli incendi ha consumato significative riserve, aumentandone la scarsità nelle aree più colpite.

A soffrire le conseguenze di tutto questo, oltre agli umani, sono gli animali. Per questo il governo ha deciso di stanziare 50 milioni per il recupero dei sistemi naturali nei territori colpiti dalle fiamme. Non è molto, ma un piccolo segnale di buona volontà verso una natura straziata dagli incendi. Proprio in queste ore la radio ci informa che è scattato l’allarme anche per la costa sud-ovest dell’Australia, dove sono scoppiati i primi focolai. Speriamo che non sia un nuovo dramma.

Tra qualche giorno torneremo in Italia, ma non ci lasceremo mai alle spalle l’esperienza che abbiamo vissuto in Australia, dall’altra parte del mondo. La sensazione è quella di esserci trovati al centro di incredibili contraddizioni: un paese dalla natura selvaggia e straordinaria, una nazione innamorata della propria wilderness, ma anche un popolo che sta facendo i conti con i grandi cambiamenti climatici senza rendersi conto del proprio ruolo e delle proprie responsabilità.

Se finalmente l’Australia sarà capace di comprendere e di agire, così come ci si aspetta da una grande nazione, allora le speranze che l’umanità superi la crisi e che si dimostri capace di offrire un futuro ai nostri figli sono molto più alte.

L’Australia è lontana ma tutti noi possiamo fare qualcosa per l’emergenza incendi: dal 15 al 29 gennaio si può donare con l’sms solidale Wwf al 45585: impegneremo i fondi raccolti per finanziare i centri di recupero per la cura degli animali feriti, il restauro degli habitat e la messa a dimora dei primi 10mila alberi.

*Direttore conservazione Wwf Italia

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