Benedetto XVI ha rotto il patto di non interferenza che lo legava a Francesco, suo successore sul trono papale. È una rivolta sul tema del celibato, destinato a scuotere la Chiesa. I simboli hanno grandissima importanza nel mondo del sacro. E qui c’è un papa emerito, vestito di bianco, che punta il dito contro il pontefice regnante, vestito di bianco anche lui, intimandogli: “Non lo fare! Non ti permettere di cambiare la secolare legge del celibato”.

Le parole usate sono più eleganti, ma questo è il nocciolo della decisione di Joseph Ratzinger di pubblicare un libro contro l’abolizione del celibato insieme al cardinale Robert Sarah, da tempo avversario tenace, benché non scomposto, della linea riformatrice di papa Francesco. “Il celibato è indispensabile”, grida l’ex papa tedesco. “Dalla celebrazione quotidiana dell’eucaristia, che implica uno stato di servizio permanente a Dio, è nata spontaneamente l’impossibilità di un legame matrimoniale”. E questa impossibilità deve continuare ad esistere.

Nel grande corpo della Chiesa cattolica – un miliardo e 300 milioni di fedeli – tutti hanno diritto di parola su qualsiasi argomento, anche i progetti del pontefice. Uno solo aveva il dovere di tacere, di non scendere pubblicamente nell’arena: Joseph Ratzinger. E non per un bavaglio, ma per la legge suprema che lui stesso si era imposto al momento delle dimissioni: non dare mai, per nessuna ragione, il minimo motivo di contrapposizione al pontefice regnante. Neanche la vaga impressione che vi siano due magisteri opposti nella Chiesa. Quello del papa ex e quello del papa attuale. Due linee. Due partiti.

Ratzinger stesso, al momento della rinuncia, era stato chiarissimo: “Tra di voi c’è anche il futuro Papa a cui prometto la mia incondizionata riverenza e obbedienza”, aveva detto nel suo ultimo incontro con i cardinali prima di ritirarsi a Castelgandolfo. E appena eletto Francesco, uno dei suoi segretari, monsignor Alfred Xuereb, lo aveva sentito ribadire al telefono a papa Bergoglio: “Santità, fin d’ora prometto la mia totale obbedienza e la mia preghiera”.

Lo stesso segretario particolare di Ratzinger, monsignor Georg Gaenswein, esprimendo nel 2016 la singolare opinione di un ruolo papale in certo qual modo collegiale (composto da due figure pontificali), aveva ben delimitato le sfere: c’è un “ministero allargato – aveva dichiarato – (una missione di Pietro) con un membro attivo e un membro contemplativo”.

Ecco, l’impegno solenne di Ratzinger era quello di restare “contemplativo”. Questo impegno – necessario perché la Chiesa si abituasse senza scosse ad avere un pontefice in pensione, così come esistono dal Concilio in poi tranquilli vescovi ritirati – è stato infranto, con conseguenze che si delineano gravi.

Già l’anno scorso, quando Ratzinger con un articolo su una rivista ecclesiale bavarese intervenne sul fenomeno della pedofilia, si erano delineati in maniera eclatante due magisteri opposti. Con Francesco che individuava la radice degli abusi nel peccato capitale del clericalismo (abuso di potere, di coscienza e sessuale) e con Ratzinger che individuava la causa nel disordine post 68 e nell’arretramento della teologia morale della Chiesa.

Ma all’epoca, obtorto collo, papa Bergoglio poteva ancora fingere che si trattasse di un’analisi teorica. Oggi lo scontro è diretto. Per quanto edulcorate siano le parole di professione di amore per la Chiesa e di passione per la sua unità che Ratzinger e Sarah spargono nel loro testo. Perché l’ex pontefice interviene pesantemente e pubblicamente su una decisione di governo che Francesco deve prendere in base a un sinodo di vescovi che ha espresso la sua posizione secondo tutte le regole della Chiesa, a maggioranza di due terzi.

Un sinodo di vescovi, per restare nel linguaggio della Chiesa, è l’assemblea di gerarchi che sono “vicari di Cristo” alla stessa stregua del pontefice. E il primo tra i vicari di Cristo, il papa regnante Francesco, è sul punto di decidere se autorizzare o meno un’eccezione alla legge del celibato che permetta di ordinare sacerdoti coloro che sono già diaconi permanenti sposati.

Ratzinger scende in campo con clamore per bloccare la decisione di Francesco. Il libro, scritto a quattro mani con il cardinale Sarah, è un drone letale lanciato contro Bergoglio e il suo riformismo. Non è uno scisma, è un ricatto. L’armamentario teologico del libro passa in seconda linea rispetto alla decisione politico-ideologica di presentare l’eventuale innovazione di Francesco come una distruzione dell’essenza del sacerdozio cattolico celibatario, secondo la tesi che vi sia un legame “ontologico” tra celibato e sacerdozio (tesi azzardata, visto che la Chiesa ortodossa – altrettanto di origine apostolica quanto quella cattolica – ammette da sempre sacerdoti sposati).

La rivolta di Ratzinger si basa su una rete di opposizione diffusa; dai cardinali Mueller a Sarah, da Burke a Ruini e a tutti i porporati e vescovi e preti che tacciono ma condividono l’avversione al riformismo bergogliano. Con buona pace di quanti da anni si affannano a sostenere che l’opposizione alla linea Bergoglio sia solo appannaggio di una “minoranza rumorosa”.

È la crisi di potere più grave del pontificato bergogliano. Resta da vedere come si posizionerà Francesco. Il papa argentino non è un bonaccione. Conosce la collera e la mitezza, il sorriso e la durezza. Come dimostrano i recenti siluramenti del comandante della gendarmeria Giani e del presidente dell’Autorità antiriciclaggio Bruelhart. Ma qui la posta in gioco è molto, molto più alta. È in gioco la prosecuzione della svolta riformatrice di Francesco. In questa guerra civile interna alla Chiesa la prossima mossa ora spetta a lui.

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