Abbiamo fatto 80 morti, abbiamo colpito 104 obiettivi nemici, dicono le fonti iraniane, dopo che una gragnuola di missili piomba nella notte su due basi irachene utilizzate da militari americani e della coalizione anti-Isis, anche italiani. “Va tutto bene”, replica via Twitter un Donald Trump mai così serafico. E, ore dopo, compare in tv e fa un discorso molti dei cui contenuti non reggerebbero al minimo fact checking.

Trump dice: “Nessun americano è stato ferito, nessun iracheno è stato ucciso, ci sono stati solo danni minimi alle nostre installazioni”. L’aria è tronfia e soddisfatta: il magnate e showman divenuto presidente annuncia nuove sanzioni anti-Iran, chiede maggiore impegno agli alleati Nato in Medio Oriente, ribadisce che Teheran non avrà mai l’atomica – peccato che lui abbia stracciato l’accordo che già lo garantiva.

L’impressione, anzi la speranza, è che questa fiammata di tensione e di violenza tra Washington e Teheran, innescata dall’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, possa spegnersi qui, almeno per il momento: 1 a 1, ma sul gol dell’Iran c’è la Var in corso, perché pare tutta una pantomima, anche se sveglia l’Europa nel cuore della notte con un sussulto d’angoscia e fa andare a dormire l’America nell’ansia.

La ritorsione iraniana arriva alle 01.20 di notte ora locale, tra il 7 e l’8 gennaio, alla stessa ora in cui era stato ucciso a Baghdad, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, il generale Soleimani: Teheran lancia missili di propria produzione Ghiam e Fateh, che colpiscono due basi irachene. L’operazione “Soleimani martire” è molto simbolica e ha qualcosa di artificioso: la scelta dell’ora, un numero d’obiettivi dichiarati centrati – 104 – che è esattamente il doppio di quelli iraniani messi da Trump nel mirino Usa – 52.

Un attacco atteso e che mantiene per il momento circoscritto all’Iraq la fiammata di guerra tra Usa e Iran, accesa dall’attacco deciso da Trump la settimana scorsa, di cui non c’era la necessità e le cui giustificazioni attribuite all’intelligence statunitense appaiono fumose agli stessi americani. Borse e mercati del petrolio, dopo un iniziale sbandamento, vanno avanti come se nulla fosse: non credono che stia scoppiando la guerra.

E’ un attacco, in qualche misura, ‘messo in scena’ ad uso e consumo dell’opinione pubblica interna iraniana. Secondo la Cnn e altri media Usa, che citano fonti irachene, gli Stati Uniti sarebbero stati informati in anticipo dell’attacco iraniano alle loro basi dagli stessi iracheni, i quali a loro volta erano stati allertati da Teheran. Si parla di un “messaggio verbale ufficiale” consegnato da Teheran a Baghdad che lo avrebbe passato ai vertici militari Usa.

Con il passare delle ore, cresce nell’Amministrazione Usa la convinzione che l’Iran abbia apposta mancato il bersaglio grosso con i suoi attacchi missilistici. Alcuni analisti mediorientali sono certi che Teheran abbia voluto sparare un primo colpo a salve. L’Iran, insomma, avrebbe giocato a fare molto rumore, senza fare troppo male. Innescando, poi, dosi di retorica abbondanti nei discorsi: taglieremo le gambe agli Stati Uniti, cacceremo gli americani dalla regione.

Anche Trump, del resto, non ci risparmia la sua retorica: “I giorni della tolleranza verso l’Iran sono finiti… Non permetteremo mai che abbia l’arma nucleare… Le sanzioni economiche punitive resteranno in vigore fin ché l’Iran non cambierà comportamento… Vogliamo un accordo con l’Iran che renda il Mondo un posto più sicuro e più pacifico…” – e quello che c’era?

Ma le ragioni del magnate showman divenuto presidente stanno certo altrove: negli Stati Uniti, non nel Medio Oriente, nel processo d’impeachment e nella prospettiva delle elezioni presidenziali. L’escalation si fermerà qui? Il ministro degli Esteri Zarif lo assicura. Lo si può sperare, senza esserne certi, perché l’impulsività (apparente?) di Trump fa scrivere le previsioni sulla sabbia.

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