Habemus Papam di Nanni Moretti è un film con un’idea originale, peraltro profetica. Quella cioè che un Papa oggi, non secoli fa, possa rinunciare al suo incarico sentendosi inadeguato. Idea che, nemmeno due anni dopo l’uscita del film, si è realizzata con le dimissioni a sorpresa di Benedetto XVI.

Sebbene in condizioni diverse, perché nella pellicola di Moretti il Pontefice decide di lasciare la carica pochi giorni dopo l’elezione. Ratzinger, come è noto, ha rinunciato al papato dopo quasi otto anni di governo con l’avanzare dell’età e sentendo il venire meno delle forze fisiche. I due Papi, diretto da Fernando Meirelles e sceneggiato da Anthony McCarten, non ha, invece, un’idea originale alla base del film. Anzi nella locandina rivendica di essere “ispirato a una storia vera”. Chiaro riferimento alle dimissioni di Benedetto XVI e all’elezione di Francesco. Ma così non è.

Il film, con una regia abbastanza lenta e noiosa, altro non è che un lungo confronto-scontro tra Ratzinger e Bergoglio. Con un Papa tedesco insofferente, già nel conclave del 2005, per la rivalità con l’allora arcivescovo di Buenos Aires. Insofferenza che si sviluppa anche nell’epilogo del pontificato ratzingeriano, quando Benedetto XVI incontra Bergoglio per anticipargli la decisione di dimettersi e per investirlo della successione.

E il conclave? E i cardinali elettori? Tutta una farsa? Nel film non viene risparmiato l’ingresso dei porporati nella Cappella Sistina per l’elezione del successore di Benedetto XVI. Però non si comprende come questo passaggio sia conciliabile con il lungo colloquio precedente tra Ratzinger e Bergoglio nel quale il Papa tedesco affida il pontificato al confratello latinoamericano.

Se è Benedetto XVI a scegliere il successore nella persona dell’arcivescovo di Buenos Aires, perché poi, sempre nel film, i cardinali votano nel conclave? Ratificano una scelta del Papa emerito? Passaggi che la sceneggiatura non spiega, in evidente imbarazzo. Questo lungo confronto-scontro tra i due Papi è l’unico filo rosso dell’intera pellicola, che si rinnova in diversi luoghi, suscitando la sensazione che non ci siano altre idee e che si debba così solo allungare il brodo per portarlo a due ore.

Non ci sono colpi di scena. Non ci sono altri richiami, se non un lungo e noioso flashback sugli anni della dittatura militare argentina con un Bergoglio, all’epoca dei fatti provinciale dei gesuiti, che si confessa colpevole di non aver saputo difendere due suoi confratelli. La storia, come è noto, è completamente diversa.

Ratzinger viene ritratto in modo caricaturale, arcigno e goffo benché la somiglianza con Anthony Hopkins che lo interpreta sia impressionante. Tra l’altro con la smania di essere eletto Papa, dopo la morte di Karol Wojtyla, cosa assolutamente irreale. Ma la cosa che ferisce maggiormente è l’accusa totalmente infondata che Benedetto XVI fa nel film di essere colpevole della copertura della pedofilia del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado.

La storia recente sa bene quanto l’allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, si sia battuto, negli ultimi anni del pontificato di San Giovanni Paolo II, per smascherare gli abusi commessi da Maciel nei confronti di numerosi bambini e di suoi seminaristi. L’orrore di un uomo la cui condotta Ratzinger, divenuto Pontefice, non ha avuto timore a definire immorale, facendo verità e giustizia di tanto abominio.

È ingiusto e ingrato se, per far apparire Francesco come il Papa buono e Benedetto XVI come quello cattivo, si mistifichi la verità in questo modo. Tra l’altro una verità che riguarda la piaga principale che la Chiesa cattolica si trova ad affrontare da due decenni: quella della pedofilia del clero.

Meritevole è, invece, Il primo Natale di Salvatore Ficarra e Valentino Picone che, condito da tanta ironia, è una riflessione sul significato autentico della nascita di Gesù. Un film in perfetta sintonia con quanto ha scritto recentemente Bergoglio nella sua lettera apostolica sul presepe, Admirabile signum. Ma anche con quanto ha sottolineato Ratzinger nel volume della sua trilogia su Gesù di Nazaret dedicato ai Vangeli dell’infanzia.

Proprio come aveva ricordato Benedetto XVI, nel film di Ficarra e Picone non ci sono il bue e l’asinello a riscaldare la Sacra Famiglia nella stalla di Betlemme. Fu, infatti, San Francesco d’Assisi, nel primo presepe, quello vivente realizzato a Greccio la notte di Natale del 1223, a inserire anche gli animali. Da sottolineare, inoltre, il modo lodevole in cui i due attori affrontano il tema dell’accoglienza dei migranti. Il messaggio più autentico della natività di Betlemme.

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