Presentando la segreteria regionale di Forza Italia a Milano, Silvio Berlusconi parla di giustizia penale con i toni del garantista. Ma il suo non è – e non è mai stato – autentico garantismo. Il garantismo è una filosofia penale nobile, che ha le proprie radici in Cesare Beccaria e, più di recente, nelle opere di Luigi Ferrajoli. Il garantismo costituzionale e penale è una forma di protezione dei deboli dai forti. È un modo di intendere il diritto penale quale protezione della persona dai poteri selvaggi. Il garantismo si fonda sull’uguaglianza vera, profonda, autentica delle persone di fronte alla legge, nonché sulla loro protezione dallo Stato.

Il finto garantismo berlusconiano ha inquinato il discorso pubblico sulla giustizia per un paio di decenni, impedendo un dibattito equilibrato. Non era garantismo, ma previsione di ipotesi di impunità per i più protetti, per i già garantiti. Sostanzialmente era una richiesta di immunità penale per i ricchi e di severità per i poveri, i tossicodipendenti, gli immigrati, i già esclusi.

La legge Cirielli – detta “salva-Previti” e al tempo qualificata anche come “ammazza-Gozzini” – approvata ai tempi di Berlusconi al potere era il manifesto di una tale idea di giustizia di classe. Venne a codificare una doppia giustizia: da un lato quella inefficiente, lenta, colma di garanzie procedurali, inefficace nei confronti dei colletti bianchi. Dall’altro una giustizia inesorabile, rapida, inclemente, senza speranza per i poveracci. Il discrimine era il reddito. A seconda delle disponibilità economiche, dell’appartenenza a una classe sociale o della provenienza geografica, erano previsti processi differenziati e modalità di carcerazione più o meno dure. Oggi, come in quel 2005, le carceri sono piene di persone nei confronti delle quali il processo è rapido, duro, inclemente. Siamo a 61mila detenuti, con un tasso di affollamento di circa il 120%.

Oggi Berlusconi cita gli Stati Uniti d’America quale modello cui riferirsi. Non un buon modello, se si ha a cuore il garantismo. Quello vero, quello democratico, quello costituzionale, quello solidale. Gli Stati Uniti presentano uno dei tassi di detenzione più alto al mondo: 700 detenuti ogni 100mila abitanti, un tasso sette volte superiore a quello italiano. La maggior parte dei detenuti proviene dalle periferie urbane, con una sovra-rappresentazione sociale di neri e ispanici che non hanno soldi per pagare qualunque tipo di cauzione. Quest’ultima è un’opportunità per soli ricchi. Codifica, sin dall’inizio della vicenda penale, una differenza di trattamento in base al censo.

Tutto ciò premesso, rimane il fatto che all’interno del modello garantista, quello autentico e pulito da opportunismi personali, la custodia cautelare in carcere deve restare un’opzione residuale, eccezionale. Il processo deve essere pronto, rituale e scandito da tempi certi. La prescrizione non deve rincorrere i tempi delle inefficienze processuali ma deve essere funzionale a mettere la parola fine alla giustizia, che non può durare in eterno. Dunque, non è allungando all’infinito i tempi della prescrizione che si rende un buon servizio alla giustizia. Anzi.

Ci sono tuttavia delitti che per propria natura necessitano di tempi più lunghi di prescrizione. Penso ai crimini dei potenti, alla corruzione e anche alla tortura. Non di rado accade che la denuncia della persona torturata possa avvenire solamente quando essa non si trova più nelle mani dello Stato (o che un meccanismo di corruzione emerga solo con un cambio al potere). Non è un caso che il diritto internazionale richieda che i crimini contro l’umanità, ivi compresa la tortura, siano imprescrittibili.

Il diritto penale deve funzionare da scudo per i meno garantiti. Il modello americano, evocato da Berlusconi, ha prodotto l’internamento di massa dei poveri. Non è un modello garantista, nel senso costituzionale del termine.

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