Uno studio lungo 20 anni per infiltrare le istituzioni della Val d’Aosta. Non solo regionali o comunali. Ma anche – dalla piccola regione del Nord – quelle nazionali, per arrivare in Parlamento. Al Senato, in particolare: lì – è la convinzione dei carabinieri di Aosta – un parlamentare è stato riconfermato a Palazzo Madama grazie ai voti delle cosche locali. Una ricostruzione messa nera su bianco in 243 pagine di informativa che la Procura antimafia di Torino ha depositato agli atti del processo Geenna, nel quale sono imputate 19 persone, tre delle quali eletti a vario livello, scaturito dagli arresti dello scorso gennaio. Il sostegno al senatore autonomista Albert Lanièce, esponente del partito regionale dell’Union Valdoitane – forza politica un tempo quasi monopolista in Val d’Aosta e ora parecchio in crisi – sarebbe avvenuto attraverso Antonio Raso, ristoratore di origini calabresi, ritenuto componente della cosiddetta “locale” di ‘ndrangheta. Anzi: “L’uomo che pianifica le elezioni per conto del locale di ‘ndrangheta“. Viene definito da chi indaga un “sottile stratega”, perché tesse una tela di alleanze e patti nuovi e mantenuti con più candidati di partiti diversi. L’obiettivo è chiaro: avere più punti di riferimento nei consigli comunali e in quello regionale che siano in debito di riconoscenza nei confronti suoi e della “locale”. E quindi più “gestibili” in caso di necessità.

Per Raso e per la “locale” – secondo gli investigatori – il sostegno al senatore Lanièce alle Politiche del 4 marzo 2018 è quasi solo una dimostrazione di forza “preparatoria” per gli altri appuntamenti elettorali in Val d’Aosta: le Regionali del maggio dello stesso anno (che sono il centro dell’inchiesta che vede indagato l’ex governatore dimissionario Antonio Fosson per voto di scambio politico mafioso) e le Comunali di un piccolo paese della valle, Saint Pierre, dove vorrebbe diventare sindaca Monica Carcea, “fidata” di Raso, secondo la ricostruzione degli investigatori, e che Raso punta a far eleggere non certo gratis. In cambio – sottolineano i carabinieri nell’informativa inviata ai pm – ci sono posti di lavoro o pratiche amministrative “facilitate” per affiliati al sodalizio o affini.

Raso e Carcea, in una telefonata agli atti, parlano a lungo del sostegno al “Dottore“, come lo chiamano: per i carabinieri è Lanièce, che di mestiere fa il medico. E’ già senatore, ma in pochi anni il quadro è molto cambiato. I partiti autonomisti sono in crisi, si sono scissi, si sono moltiplicati e nel frattempo – inchiesta dopo inchiesta – nella valle sono cresciuti il M5s e la Lega, che dell’autonomismo al Nord fa comunque una bandiera. I concorrenti aumentano, i voti invece sono sempre gli stessi: il bacino elettorale non si è allargato nella piccola regione alpina. La riconferma di Lanièce sul seggio di Palazzo Madama, dove siede nel gruppo delle Autonomie, arriva, per pochi voti in più rispetto al candidato dei Cinquestelle Luciano Alfredo Nicola Mossa, ma – secondo l’indagine dei carabinieri – è frutto “di un rapporto derivante da una lunga intesa tra lo stesso e Raso Antonio, esponente del locale, sicuramente già in essere da tempo”. Raso, in una conversazione di qualche giorno precedente al voto, “intima” alla Carcea (in quel momento assessora a Saint Pierre) di far appoggiare Lanièce dal proprio elettorato. L’accettazione della promessa di voti, secondo chi indaga, è “pacifica”. In una intercettazione del 6 marzo 2018, due giorni dopo le elezioni, il senatore ringrazia la Carcea per il successo elettorale: “Bene! Bene! Insomma è stata una battaglia dura, volevo ringraziarti perché anche grazie a voi siamo riusciti… perché so che hai lavorato tanto”.

Il notaio sponsorizzato battuto dalla candidata 5Stelle – Ma la ‘ndrangheta, secondo i carabinieri, non ha puntato su un solo candidato. Proprio perché i partiti autonomisti sono entrati in crisi, la “strategia elettorale” che entra in gioco è quella della “locale” di Aosta, che decide di sostenere più candidati di diversi partiti (anche se sempre di estrazione autonomista) così da ottenere una rosa di eleggibili nelle varie liste. Un meccanismo che secondo i carabinieri vale anche per la corsa al seggio valdostano della Camera. Lo “sponsorizzato” in questo caso è il notaio Giampaolo Marcoz, candidato alla Camera per una coalizione di 4 forze politiche autonomiste (Mouv, Alpe, Stella Alpina, Pour Notre Vallée-Area civica). Marcoz non viene eletto: viene superato dalla candidata del M5s Elisa Tripodi e da quella del centrosinistra Alessia Favre. Nelle loro telefonate Raso e Carcea lo chiamano il “notaro”. Quindici giorni prima delle elezioni del 4 marzo 2018 si sentono e il ristoratore che per i carabinieri è esponente della “locale” valdostana dice che l’appoggio a Marcoz dimostrerà la capacità di portare voti a chiunque: “Così è vero che siamo stati noi i più bravi di Aosta. Un aiuto non gratuito perché poi il candidato dovrà aiutare: “Ah va bene, mi ha detto, non ti preoccupare mi farò… ricambierò naturalmente“. Ed è la stessa Carcea che a Raso che racconta l’insoddisfazione della mancata elezione: “Ci sono delle cose da chiarire un attimo perché qualcuno… pensa che noi non abbiamo fatto il nostro lavoro”. Raso è categorico: “Impossibile“. L’apporto è stato significativo eccome perché altrimenti la differenza di voti con la grillina Elisa Tripodi sarebbe stata ben più larga. I carabinieri annotano infatti che la candidata M5s – ora parlamentare – non ha nessun tipo di contatto con la “locale”.

L’infiltrazione ai vertici delle istituzioni locali – Più profonda l’infiltrazione a livello locale. Un piano riuscito a tal punto che il presidente della Regione Valle d’Aosta, Laurent Vierin, eletto sempre secondo gli investigatori grazie ai voti di una “locale”, ha potuto stringere la mano della presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi. È l’ottobre del 2017 e la commissione arriva ad Aosta. La denuncia della Bindi sembra una profezia: “In una realtà con così pochi abitanti ed elettori, con una presenza del 30% di calabresi tra cui c’è una percentuale significativa di persone riconducibili a gruppi ‘ndranghetisti, è singolare che in Valle d’Aosta non si sia indagato sul voto di scambio per accertare si ci sono stati tentativi di condizionamento sulle scelte politiche e amministrative”. In realtà i carabinieri stanno intercettando, pedinando, fotografando da tempo, i movimenti degli ‘ndranghetisti valdostani. Indagini che non si sono mai fermate fino a fotografare Antonio Fosson – ex senatore, punto di riferimento di Comunione e liberazione nella regione e poi diventato governatore – mentre entra nel ristorante di Raso, per parlare di elezioni regionali.

L’intercettazione di Fosson: “Hanno fatto un bel discorso” – Fosson, che si dichiara totalmente estraneo, il 20 marzo 2018 – un paio di mesi prima del voto – viene intercettato al telefono con Giuseppe Petullà, considerato dagli inquirenti “vicino ad esponenti del locale di Aosta quali Antonio Raso e Marco Di Donato“. Fosson dice: “Son passato da Tonino ieri a fare quello che mi hai detto di fare. Hanno fatto un bel discorso eh. Proprio un bel discorso”. A Raso, nel suo ristorante (La Rotonda), l’ex senatore che diventerà presidente della Regione, il 3 marzo 2018 dice: “Quando ti vedo sto meglio… A Pasqua si cambia”.

Ma secondo i carabinieri non è il primo governatore a cui viene contestato un incontro del genere: tre ex governatori (Augusto Rollandin, Laurent Viérin e Pierluigi Marquis) si incontrano o cercano di incontrare nel corso della campagna elettorale i fratelli Di Donato coloro che l’indagine ha fatto emergere come vertici del ‘locale’ di ‘ndrangheta di Aosta”. Vierin – allora governatore – il 4 maggio 2018 vede Roberto Di Donato, a casa di un altro degli indagati, Alessandro Giachino, ad Aymavilles, paesino diviso da Saint Pierre dalla Dora Baltea. L’incontro “a fini elettorali” durò un’ora circa e anche questo è stato fotografato. L’accettazione della promessa di voti sarebbe stata poi concretizzata – dicono i carabinieri – otto giorni dopo quanto al bar Nord, nel quartiere di Cogne, “quello a maggior densità di calabresi” specificano gli investigatori, viene organizzato “un aperitivo in favore di Laurent Viérin al chiaro scopo elettorale”. Anche Pierluigi Marquis, presidente della Val d’Aosta per sei mesi nel 2017, chiede un incontro a Marco Di Donato, l’altro fratello. Ma viene rifiutato.

Venti anni di azione per infiltrare le istituzioni della Valle D’Aosta – È dal 1999 – con la creazione del Movimento Immigrati Valdostano – che i mafiosi di Calabria cercano di prendere possesso delle istituzioni locali. La strategia finale “è stata quella di puntare su più candidati di diverse liste che – come si legge nell’informativa dell’Arma depositata agli atti dell’udienza preliminare del processo Geenna – consentito loro di avere sette soggetti, di tre partiti diversi, direttamente o indirettamente legati agli associati all’interno del consesso regionale”: si tratta di Union Valdotaine, Union Valdotaine Progressiste e Area Civica-Pnv-Stella Alpina. Una “lenta, inquietante e inesorabile infiltrazione della mafia calabrese negli apparati politici, istituzionali e amministrativi” della regione a statuto speciale, ricostruiscono gli investigatori. Oltre Fosson, stando alle indagini, con i voti delle cosche sono stati eletti quattro consiglieri regionali – Luca Bianchi (1051 voti), Marco Sorbara (1071), Renzo Testolin (2291), Alessandro Nogara (660) e Augusto Rollandin (3417), già ex governatore per 15 anni dei 33 che sono trascorsi tra il 1984 e il 2017. Ma dell’attività di collettori dei voti dei clan hanno beneficiato – sempre secondo i carabinieri – anche gli assessori regionali ai Lavori Pubblici e al Turismo Stefano Borrello e Laurent Vierin, che, entrambi indagati, si sono dimessi insieme al governatore Fosson.

“Condizionati gli ultimi decenni di politica valdostana” – Per i carabinieri, dunque, questa e le precedenti inchieste “hanno rivelato che il ‘volere’ elettorale del locale ha condizionato gli ultimi decenni della storia politica valdostana creando un connubio politico-criminale ben radicato”. In cui, a differenza dei candidati storicamente supportati “con cui il legame è consolidato”, altri “hanno cercato direttamente o tramite terzi, di mettersi in contatto con gli esponenti dell’associazione criminale per giovarsi delle preferenze elettorali che questa è capace di convogliare”. Ogni candidato finito nell’inchiesta “dimostra di comprendere che per ottenere una cospicua approvazione elettorale deve per forza fare riferimento al sodalizio criminale“. Si tratta di “una situazione in cui il locale è predominante verso i politici e in tale condizione ha la possibilità di scegliere chi appoggiare e a chi rifiutare l’aiuto”. Come nel caso di Marquis. In cambio ci sono le solite richieste di un posto di lavoro, l’inserimento di una persona all’interno del collegio di revisori del Soccorso alpino, l’interessamento per un cantiere. Tanto, come dice uno dei Di Donato in una intercettazione, “mal che vada noi siamo in quattro o cinque parti“.

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