In questi giorni, nelle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Giustizia della Camera dei Deputati, si sta discutendo della conversione in legge del cosiddetto decreto Sicurezza bis. Centinaia gli emendamenti presentati, molti dei quali hanno come obiettivo quello di rendere la legge ancora più incivile, truce, scioccamente repressiva di quanto già non sia. Senza volersi dilungare intorno al bluff della sicurezza, mangiatoia politica certa per chi gioca alle elezioni facili con il popolo (fino a quando il popolo non aprirà gli occhi e comprenderà l’inganno delle proprie libertà perdute senza averci guadagnato nulla in termini di qualità della vita), mi soffermerei su uno degli emendamenti presentati dal deputato Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia.

A Edmondo Cirielli si deve – risalendo al lontano 2005, quando lui era parlamentare di Alleanza Nazionale, e dunque di maggioranza, e premier era Silvio Berlusconi – una legge che fu definita “salva Previti” e “ammazza Gozzini”. La legge cambiava il regime della prescrizione a seconda della tipologia dei reati commessi. Di fatto tolse di mezzo, fino a quando la Corte Costituzionale e il Parlamento non vi hanno fortunatamente rimesso mano, le misure alternative alla detenzione per tantissimi detenuti. Il sovraffollamento crebbe e costò vite umane degradate e multe salate all’Italia da parte dei giudici di Strasburgo.

Oggi Cirielli chiede l’abrogazione del delitto di tortura in quanto lo ritiene ingiusto per le forze dell’ordine. Ora: a parte che da quando, nel vicino 2017, tale reato è stato introdotto nel codice penale italiano, l’articolo 613 bis è stato applicato quattro volte e mai nei confronti delle forze dell’ordine; a parte che quella legge fu scritta in modo pasticciato e timido, non in linea con le convenzioni internazionali; a parte tutto questo, come si può in una democrazia chiedere la cancellazione del crimine di tortura senza vergognarsi di farlo? Come si può proporre una cosa del genere senza sapere che significa mettersi all’angolo della comunità internazionale? Come si può chiedere l’abrogazione di un crimine contro l’umanità senza essere considerati pubblicamente dai colleghi parlamentari come un politico che agisce per la codificazione della disumanità?

Sappia Cirielli che non si fa un regalo alle forze di polizia togliendo di mezzo un delitto che ha una sua cogenza costituzionale. Solo una volta, infatti, il testo della nostra Costituzione parla di punizione, e lo fa all’articolo 13 quando afferma che “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Cirielli, chiedendo l’abrogazione del delitto di tortura, vorrebbe dare mano libera nel loro lavoro alle forze dell’ordine. Ma cosa dicono le stesse forze dell’ordine e i tanti poliziotti onesti che agiscono nel solco della legalità? Che dice il presidente del Consiglio che si è costituito parte civile nel processo sui depistaggi dei carabinieri nelle indagini sulla morte di Stefano Cucchi? Un processo nel quale la parola tortura non è potuta comparire nelle accuse solo perché il reato è stato inserito nel codice otto anni dopo i fatti e il principio garantista del favor rei giustamente protegge le persone coinvolte nella morte di Stefano.

Ci piacerebbe che, nel respingere l’emendamento, si facessero sentire anche le voci indignate dei ministri della Giustizia e della Difesa. Ricordo che, quando era solo parlamentare di opposizione, Alfonso Bonafede firmava interrogazioni per chiedere verità su alcuni casi di violenza nei confronti di persone detenute. Infine, il mio pensiero va in questi giorni a tutte le vittime di tortura e ai loro familiari, che lottano per una verità e per una giustizia difficilissime da conseguire.

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