Come tutti i movimenti di massa nuovi e originali, le Sardine suscitano oggi reazioni e atteggiamenti contrastanti. Una prima, la più ampiamente diffusa, è quella di interesse, curiosità e adesione che si coglie oggi in ampi settori del popolo italiano, esprimendo, oltre alla capacità di cogliere gli aspetti positivi del messaggio, una comprensibile insoddisfazione nei confronti della classe politica tradizionale.

Ci sono poi i tentativi di salire sul treno in corsa: un atteggiamento che potremmo definire di sciacallaggio politico e che riguarda oggi ampi settori, compresi moderati vari, da Mario Monti a Francesca Pascale, e addirittura i trucibondi camerati di Casapound. Ci sono infine i critici superciliosi, in genere provenienti da aree della sinistra o dal grillismo.

Sia gli sciacalli che gli ipercritici ispirano sentimenti di profonda pietà umana. I secondi, in particolare, fingono di non capire, o non capiscono effettivamente, come un movimento di massa in stato nascente esprima posizioni fra loro anche diverse, ma fondamentalmente un sentimento comune, che appare di vitale importanza per la sua capacità di contrapporsi a determinati trend dominanti.

Come chiarito dai fondatori del movimento, le Sardine sono, in questo senso, anche e soprattutto antifasciste. E non si tratta solo di cantare Bella ciao, che pure è una bellissima canzone che i nostri padri e i nostri nonni cantarono quando con le armi in pugno liberarono il Paese dai nazifascisti. L’antifascismo delle Sardine risiede infatti in almeno tre fondamentali elementi di tipo ideologico.

1. Il rifiuto dell’uomo solo al comando che risolve i problemi di tutti. Un modulo fallimentare che in Italia ha portato appunto ai disastri indicibili del fascismo, prima di essere oggi riproposto in salse solo lievemente differenti da aspiranti “ducetti” quali Matteo Renzi o Matteo Salvini. Mentre a tutti, salvo che agli aspiranti e alla folla dei loro scagnozzi sempre più incattiviti, è chiaro come la soluzione del problema richieda approcci e impegni collettivi da attuare in modo assolutamente democratico.

2. Il rifiuto della metodologia dello scontro violento, inteso sia come ricorso alle mazzate (o agli spari e alle bombe, si vedano oggi il Cile, la Colombia, l’Iraq, la Palestina, il Kurdistan e altri luoghi), sia come diffusione di veleni e odio mediante i social media, nuova potente arma che va disciplinata.

3. Il rifiuto di mettere alla gogna i diversi per illudersi di risolvere i problemi del resto della popolazione. Un modulo assolutamente fallimentare anche questo che può tradursi in parole d’ordine demenziali come “prima gli Italiani” (o gli statunitensi, gli israeliani, i turchi, ecc.), nell’adozione di ideologie discriminatorie fondamentaliste (dall’Isis agli evangelici che sostengono Donald Trump e Jair Bolsonaro), nel tradizionalismo machista alla Simone Pillon.

Tre rifiuti che non sono solo reazioni in negativo, anche se esprimono una legittima e indispensabile ripulsa nei confronti di strade che portano solo verso l’abisso del fascismo. Ma che disegnano al tempo stesso, in positivo, i tratti fondamentali di una società radicalmente diversa da quella attuale, basata sul predominio del patriarcato, del capitale e delle mafie di vario genere.

Un antifascismo di fondo, insomma, legato a vari fenomeni importanti che si producono oggi nel mondo, dal popolo cileno, che scende in piazza contro un regime che ricorda sempre più quelli del passato, alle donne e uomini kurdi in guerra per la democrazia e l’autonomia, dai gay, lesbiche e trans in lotta contro la dittatura “evangelica” di Bolsonaro alla guardia indigena colombiana del Cauca, che schiera i suoi bastoni a difesa dell’ambasciata cubana minacciata dalle destre.

Dai tre milioni di miliziane e miliziani venezuelani, disposti a tutto per difendere l’indipendenza del loro Paese contro l’imperialismo statunitense e i suoi tentativi di fantocci locali, ai gilet gialli che, come osservato acutamente da Toni Negri, convergono oggi nelle manifestazioni di piazza con gli ecologisti da un lato e i sindacati in lotta per le pensioni dall’altro.

Occorre oggi in effetti, e qui c’è un’ulteriore caratteristica importante della Sardine – contro ogni riflusso nazionalistico o sovranismo, che è parodia di sovranità – dare respiro europeo alle lotte, ad esempio contro il cosiddetto Meccanismo europeo di stabilità, oggi ridotto a feticcio delle scontro tra forze politiche prive di autentica prospettiva alternativa.

Questa è oggi la natura dell’antifascismo, queste le sue sfide. Fossimo quindi nei panni del buon Simone Di Stefano e dei suoi sodali ci guarderemmo bene dal farci vedere in piazza sabato. Si tratta di un’espressione di massa totalmente opposta a quello che non solo lui, ma con lui buona parte della disastrata classe politica italiana, di destra, centro o sedicente di sinistra, fa e pensa.

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