Oggi l’Eurosummit ha accolto la richiesta italiana di rendere più cauta la dichiarazione finale sull’iter di riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Ma nel frattempo all’auspicio che l’approvazione fosse rinviata in attesa di una riforma più complessiva e ambiziosa dell’Eurozona si era unito anche un gruppo di economisti non sospettabili di pulsioni antieuropee: quattro accademici della London School of Economics tra cui Paul De Grauwe, uno dei maggiori teorici dell‘unione monetaria europea. L’appello di De Grauwe, Shahin Vallée, Jérémie Cohen-Setton e Sebastien Dullien, pubblicato sul sito dell’università britannica giovedì, si intitola proprio “La proposta riforma del Mes deve essere rinviata“. E segue quello di 32 economisti italiani su posizioni anti austerity che dalle pagine di Micromega avevano chiesto al governo italiano di non firmare e avanzare “proposte alternative su tutto il pacchetto delle riforme, dimostrando che riduzione del rischio e crescita non sono due obiettivi antitetici”.

Gli economisti della London School: “Riforma imperfetta e sbilanciata” – L’articolo dei docenti della Lse spiega che nella forma attuale “sarebbe un’opportunità persa di assicurare un pacchetto di riforma più ampio e ambizioso“. La riforma, scrivono, è “altamente imperfetta e sbilanciata, e il tema della riforma dell’Eurozona merita un’agenda più ampia”. Il primo problema, secondo i quattro economisti, è che “il Mes rimarrebbe una organizzazione intergovernativa invece che trasformarsi in un’istituzione europea. La governance rimarrebbe dominata dai veti nazionali, non ci sarebbe l’obbligo di render conto delle sue decisioni al Parlamento europeo e i suoi poteri ridurrebbero quelli della Commissione europea nell’ambito di un memorandum che espande il ruolo di monitoraggio e sorveglianza del Mes senza aumentare la sua accountability“.

Secondo aspetto critico, “l’abilità del fondo di giocare un maggior ruolo stabilizzatore grazie alla creazione di una Linea di credito precauzionale è stata minata da una serie di criteri che la rendono inaccessibile per la maggior parte dei Paesi. Per esempio, Francia e Finlandia non sarebbero eleggibili”. Insieme “alla riforma delle Clausole di azione collettiva (cacs) e al potenziamento del ruolo del Mes nella ristrutturazione del debito, questi cambiamenti avrebbero molto probabilmente un effetto destabilizzante invece che stabilizzatore in assenza di progressi nella creazione di un titolo sicuro europeo” come un eurobond.

Infine, “l’accordo sull’uso del Mes come backstop per il fondo di risoluzione unico delle banche (presentato come uno dei punti più positivi, ndr) è percepito come un grande progresso. Ma rimarrebbe soggetto ai veti dei Parlamenti nazionali”. Allo stato attuale, “è arduo immaginare che il fondo di risoluzione unico e il suo backstop possano essere usati fino a che non emerge un’adeguata cornice per la risoluzione sostenuta da un autentico regime europeo per le insolvenze”. Conclusione: “I leader ue dovrebbero prendersi un momento di pausa, fare un passo indietro e disegnare una agenda di riforma dell’area euro più completa”.

L’appello si conclude con l’auspicio che la riforma del Mes sia modificata in modo da rendere il fondo un’agenzia europea o un ente con un capitale proprio come la Bei, in modo da “rendere i suoi obiettivi più strettamente definiti e ricompresi nella cornice istituzionale europea”. Inoltre si chiede che le linee di credito precauzionali siano attivabili, appunto, a discrezione, e non solo a fronte di precisi criteri di eleggibilità, e che il ruolo del Mes come rete di sicurezza per i depositi bancari diventi operativo solo dopo aver fatto “passi ambiziosi per ampliare la European banking resolution framework”. Infine, si indicano come urgenti la creazione di una reale capacità fiscale comune dell’area euro – il Bicc di cui si discute in cui mesi è ritenuto insufficiente – e una riforma delle regole fiscali, che per esempio “dovrebbero includere la possibilità di finanziare gli investimenti green con maggiori deficit e emettendo bond”.

L’appello su Micromega: “Il Mes coerente con politica di austerità che non ha avuto successo” – Intanto i 32 economisti italiani firmatari di un appello su Micromega molto critico nei confronti della riforma spiegano di non voler essere strumentalizzati da Matteo Salvini – che mercoledì ha letto in aula il loro testo – perché “tutti i firmatari dell’appello sono molto distanti da lui per cultura, orientamento politico e posizioni di politica economica” ma ribadiscono che “chi tiene alla costruzione europea non può pensare che possa essere attuata con politiche socialmente inaccettabili, tecnicamente sbagliate e controproducenti (come l’Esm) rispetto all’obiettivo”. Nel loro primo appello i docenti, tra cui Giovanni Dosi della Scuola superiore Sant’Anna, Sergio Cesaratto dell’università di Siena, Maurizio Franzini della Sapienza e Andrea Fumagalli dell’università di Pavia, chiedevano all’Italia di non sottoscrivere il nuovo trattato per diversi motivi. Non solo “i parametri scelti sono tali da escludere a priori che l’Italia possa soddisfarli”, ma c’è anche il fatto che “si dice che non ci sono automatismi che prevedano la ristrutturazione del debito, ed è vero; ma il solo fatto che ve ne sia la possibilità costituisce agli occhi dei mercati un fattore di rischio, a fronte del quale gli investitori chiederanno interessi più elevati“.

I 32 accademici aggiungono che le variazioni rispetto alle regole attuali, pur “minime come spiegato dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, “vanno però nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, fatto che può essere percepito negativamente dai mercati, a prescindere dalla probabilità che questa eventualità si presenti. Inoltre bisogna considerare che si rafforzano i poteri di un organismo assolutamente coerente con l’impostazione che ha prevalso nell’Unione, secondo cui gli obiettivi essenziali della politica economica, quelli su cui si concentrano le regole del Fiscal compact non a caso richiamate in questa riforma, sono essenzialmente il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità. Ai fini della crescita questa concezione non prevede altro che le “riforme strutturali”, che dovrebbero stimolare le forze spontanee del mercato. Il fatto che ciò non sia avvenuto e che non stia avvenendo viene del tutto ignorato”. L’appello, pubblicato il 4 dicembre, si concludeva con la richiesta che l’Italia non firmasse: “L’obiezione che in questo modo il nostro paese si troverebbe politicamente isolato è singolare: l’Italia è già politicamente isolata, altrimenti non saremmo in questa situazione”. Per ora l’esito dell’Eurosummit delinea una strada intermedia e meno rischiosa: un rinvio concordato con i partner dell’area euro.
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