La conseguenza possibile della mancata proroga per l’utilizzo dell’altoforno 2 è diventato un effetto reale: lo spegnimento dell’impianto comporterà la cassa integrazione per 3500 operai del siderurgico di Taranto. “Dopo la sentenza del giudice Arcelor Mittal richiederà l’avvio di una procedura di cassa integrazione straordinaria per 3500 lavoratori. Chiuderà l’Altoforno 2, tutta l’acciaieria numero 1, metà dell’acciaieria numero 2 e altri impianti minori” ha fatto sapere il leader Uilm, Rocco Palombella. A sentire il sindacalista, “la decisione di Mittal è di una gravità inaudita poiché, anziché verificare tutte le alternative possibili per non ricorrere ad uno strumento cosi invasivo, utilizza il provvedimento del giudice per ottenere i risultati che si era prefissata: utilizzare i lavoratori come scudi umani. La multinazionale – ha continuato – non aspettava altro che lo stop all’altoforno 2 per accelerare il suo progetto di morte per lo stabilimento di Taranto e degli altri siti italiani del Gruppo. Un atteggiamento da sciacalli sulla pelle di migliaia di lavoratori e di famiglie”.

A stretto giro di posta è stata diffusa una nota stampa firmata da Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm in cui, dopo aver confermato la notizia della nuova cassa integrazione, i sindacati hanno comunicato di aver “rigettato la comunicazione avanzata da Arcelor e già a partire da domani, in occasione dell’incontro ministeriale, chiederanno con forza di fare chiarezza su una procedura di cassa integrazione che, di fatto, sostituirebbe l’attuale cassa integrazione ordinaria per crisi congiunturale con la cassa integrazione straordinaria facendolo diventare un problema di carattere strutturale“.

Al netto del linguaggio sindacale, la questione non è di poco conto. Da luglio scorso, infatti, Arcelor Mittal ha chiesto e ottenuto la cassa integrazione ordinaria (Cigo) per 1374 lavoratori dell’ex Ilva di Taranto, un provvedimento dovuto alla crisi congiunturale dell’acciaio. Per questo motivo, Mittal non può in nessun modo avere accesso alla cassa integrazione straordinaria (Cigs), perché si tratta di due ammortizzatori sociali non sovrapponibili per legge. In tal senso, quindi, il ragionamento delle parti sociali è lineare, con l’ipotesi che gli annunciati 3500 lavoratori in cigs comprendano già i 1374 operai attualmente in cigo. Tutti, insomma, sarebbero in regime di cassa integrazione straordinaria, anche perché è la diretta conseguenza della chiusura dell’Altoforno 2 programmata, a meno di un intervento in extremis del Tribunale del Riesame, per venerdì 13 dicembre, quindi tra due giorni. La cigs, se questa ricostruzione dovesse essere confermata, dovrebbe durare per il tempo necessario ad effettuare i lavori di messa in sicurezza dell’impianto in cui nel 2015 è morto l’operaio Alessandro Morricella. Un particolare non di poco conto, comunicato dall’azienda durante l’incontro avvenuto in giornata tra i vertici del gruppo (assente l’ad Lucia Morselli) con le rappresentanze sindacali dello stabilimento di Taranto.

Per nulla burocratese, invece, la presa di posizione della Usb: “La decisione della magistratura tarantina che conduce, giustamente, allo spegnimento dell’Afo2 ha immediatamente visto la reazione scomposta e arrogante della multinazionale indiana – hanno sottolineato Sergio Bellavita e Francesco Rizzo – Trasformazione della cassa ordinaria in speciale e incremento del numero dei lavoratori coinvolti sino a 3500. Ciò significa, nei fatti, il licenziamento. Non ha atteso neanche il tavolo ministeriale di domani 12 dicembre. Non è chiaro se la scelta serve a drammatizzare ulteriormente per fare pressioni sul tribunale del Riesame al fine di evitare lo spegnimento dell’afo2 – hanno aggiunto – Quello che è certo è che questa impresa se ne deve andare. Gli impianti sono obsoleti, insicuri e pensare di ottenere una legislazione speciale per mantenerli in produzione è criminale. Il governo cincischia, incapace di assumere quel ruolo che pure gli compete. Domani al Ministero dello Sviluppo economico chiederemo nuovamente di intraprendere un’altra strada – hanno detto ancora – Chiudere le fonti inquinanti e costruire un accordo di programma. Lo stabilimento tarantino cade a pezzi ed è inimmaginabile una scelta industriale che coniughi diritto al lavoro alla salute e il rispetto dell’ambiente. La soluzione che proponiamo, l’unica percorribile, passa per il ritorno in mano pubblica dell’ex Ilva – hanno concluso – per queste ragioni il governo deve subito dichiarare inadempiente ArcelorMittal e perseguirla legalmente per danni”.

Facendo un passo indietro, invece, da sottolineare la durezza delle parole utilizzate dal giudice Francesco Maccagnano per rigettare la richiesta di proroga per l’utilizzo dell’altoforno 2 avanzato da Ilva in amministrazione straordinaria: “Questo Giudice giammai potrebbe stabilire un nuovo, invero, l’ennesimo, ‘termine intermedio’ per consentire ad Ilva in a.s. di adempiere ad una tranche di prescrizioni il cui termine ultimo di adempimento era stato originariamente fissato dalla stessa Procura al 30 novembre 2015 e nuovamente fissato dal Tribunale del riesame alla data del 13 novembre 2019 – ha scritto il giudice – diversamente procedere costituirebbe una palese violazione del giudicato cautelare sino ad oggi formatosi“. L’Altoforno 2, si ricorderà, è stato sequestrato e dissequestrato più volte nell’inchiesta sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella. Il giudice ha osservato ancora “come la sicurezza sui luoghi di lavoro è un prius“. I commissari, che stanno valutando un ricorso al tribunale dell’appello, chiedevano un anno di tempo per ottemperare alle prescrizioni di automazione del campo di colata.

Dinanzi al giudice Maccagnano, inoltre, si svolge il processo sulla morte dell’operaio, che morì il 15 giugno del 2015 dopo essere stato investito da una fiammata mista a ghisa incandescente. Un “termine intermedio“, di fatto, “è comunque già stato abbondantemente concesso – h aggiunto Maccagnano – da questo Giudicante ad Ilva in a.s., posto che fra il 13 novembre 2019 e la data di emissione del presente provvedimento questo Tribunale non ha comunque inteso revocare la facoltà d’uso concessa ad Ilva in a.s., in attesa di eventuali ulteriori produzioni documentali”. Il giudice ha sottolineato ancora ancora “come la sicurezza sui luoghi di lavoro è un prius, non un posterius; la disciplina di cui al d.lgs. n. 81/2008, peraltro, delinea un’area di rischio consentito estremamente ristretta, alla quale sono estranee valutazioni di ‘accettabilità del rischiò, così come correttamente sottolineato anche dall’equipe di ingegneri che ha redatto l’analisi di rischio”. Per il giudice Maccagnano “la concessione della facoltà d’uso integrerebbe una mera opzione in favore di un bene giuridico (la continuità della produzione di Afo 2) in luogo di un altro (l’integrità psicofisica dei lavoratori operanti presso l’impianto in sequestro). Questo Tribunale – ha concluso – ritiene che la pluriennale opera di ‘bilanciamento di interessi’ svolta dalle diverse Autorità giudiziarie intervenute nell’ambito del presente procedimento penale – condotta al precipuo scopo di tutelare la continuità produttiva e i livelli occupazionali di uno stabilimento industriale di interesse strategico nazionale – non possa essere ulteriormente proseguita“.

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