Dovevano essere cinque miliardi di euro, ma probabilmente alla fine saranno anche di più: addirittura 35. È la dotazione del Just Transition Fund, il fondo per la transizione energetica che sarà presentato alla stampa da Ursula Von der Leyen mercoledì 11 dicembre. Quel giorno doveva essere approvato anche dal collegio dai commissari, passaggio che però è slittato di un mese all’8 gennaio, prima riunione dei vertici Ue nel 2020. È uno dei più attesi strumenti del cosiddetto Green Deal, in cima al programma della nuova presidente della Commissione europea. Potrebbe passare da lì il futuro dello stabilimento ex Ilva. Il condizionale infatti è d’obbligo visto che il Jtf è ancora oggetto di contrattazione tra le forze politiche dei vari Paesi europei. Con gli europarlamentari del Movimento 5 stelle che stanno tentando di poter utilizzare le risorse del fondo anche per la conversione dell’Ilva. “La Commissione europea non può derubricare a caso nazionale la vicenda dell’ex Ilva. L’Europa deve aprire una riflessione sul futuro del settore dell’acciaieria o sarà complice di licenziamenti di massa e delitti ambientali”, dicono Ignazio Corrao, Rosa D’Amato, Eleonora Evi e Daniela Rondinelli. I primi tre fanno parte del gruppo di quattro parlamentari che non ha votato la fiducia alla Von der Leyen, in disaccordo col resto del gruppo M5s in Europa (il primo ha votato contro, le altre due si sono astenute). Un particolare che non è secondario, visto che il dibattito sul Just Transition Fund è soprattutto politico. E infatti von der Leyen ne ha affidato la supervisione al suo vice Frans Timmermans – responsabile del Green deal Ue – alla commissaria per l’Energia Kadri Simson (del Ppe) e a quella per la coeasione Elisa Ferreira (socialista). Insomma: per la nuova commissione Ue il Jtf è una misura fondamentale.

La prima misura del Green new deal – Oltre al nuovo nuovo programma di investimenti dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione Horizon Europe, che varrà circa 100 miliardi di euro per il bilancio 2021-2027, infatti, gli addetti ai lavori guardano con molta curiosità soprattutto a questo strumento che la commissione lancerà nei prossimi giorni. In origine doveva essere più esiguo come dotazione (si parlava di 4,8 miliardi, una cifra criticata dalle organizzazioni non governative come “una goccia nell’oceano”) adesso nei piani della commissione dovrebbe suparare i 35 miliardi. Come spiega il Sole 24 ore oltre ai 5 miliardi iniziali se ne preleverebbero altrettanti dai fondi strutturali, più altri cinque coperti dal cofinanziamento degli Stati membri. A questi vanno aggiunti il miliardo e mezzo della Banca europea degli investimenti con un moltiplicatore da 13,7. A differenza di Horizon, che è ancora in fase embrionale, il Jtf sarà “svelato” da von der Leyen già mercoledì: la proposta della commissione sarà pubblicata l’11 dicembre, in tempo per finire sul tavolo del vertice Ue dedicato al Quadro pluriennale degli investimenti, previsto per il giorno dopo. Poi, nel mese di gennaio, la commissione approverà il piano e la presidente comparirà in Parlamento per illustrarlo ai vari Paesi.

Un fondo per il carbone – Al Bruxelles, per la verità, il dibattito sul fondo di transizione energetica nei fatti è già aperto da settimane. Il fondo, infatti, è stato pensato in un primo momento per la costruzione di nuovi impianti in sostituzione delle centrali elettriche a carbone. La conversione è considerata tra le priorità della commissione per ridurre le emissioni legate all’efficientamento energetico, ma adesso bisognerà capire come Bruxelles intende dare attuazione a livello pratico a questo obiettivo. Secondo fonti vicine alla commissione, il fondo dovrebbe liberare risorse per la costruzione di nuovi impianti per ridurre le emissioni di carbonio. Ma in che modo saranno liberate quelle risorse? A chi e in che modo saranno destinate? E soprattutto: quanti miliardi saranno inseriti nel Jtf?

Le polemiche: soldi solo a Polonia e Germania – Al momento sono tre i criteri di elegibilità (cioè a chi finiscono gli aiuti) proposti dalla diregione generale della Politica regionale e urbana: numero di occupati nelle miniere di carbone e di lignite, carbon intensity regionale superiore a una determinata soglia rispetto alla media europea, stesso principio per la produzione nazionale di torba in eccesso. Sulla base di questi criteri, ancora da approvare, accederebbero al fondo 50 Regioni di 18 Stati. In Italia gli aiuti del Jtf finirebbero sicuramente la Puglia (dove c’è l’Enel di Brindis) e la Sardegna. Per questo motivo si ipotizza di lasciare libera scelta agli Stati su quali Regioni sostenere. I requisiti sull’accessibilità non sono le unice critiche mosse al fondo. Così come è stato pensato al momento, infatti, il Jts garantirebbe sostegno soprattutto alla Polonia e alla Germania, nazioni maggiormente interessate dalle centrali a combustibile fossile. E infatti uno dei primi sostenitori del fondo è stato l’eurodeputato polacco Jerzy Buzek, popolare e già presidente del Parlamento di Bruxelles. Spagna e Portogallo hanno già manifestato il loro disappunto, facendo notare di non aver ricevuto alcun finanziamento per la transizione energetica dopo l’adesione all’Unione europea.

Scorporare il fondo dai tagli alla coesione – È in questa fase di contrattazione che alcuni europarlamentari dei 5 stelle stanno tentando di allargare le maglie del fondo per inserire anche la transizione energetica dell’Ilva. Due i canali sui quali si stanno muovendo gli europarlamentari grillini, con alcune interrogazioni a von der Loyen. Da una parte hanno chiesto alla Commissione di “scorporare i cofinanziamenti per i progetti green e di presentare un nuovo piano industriale che tenga presente della situazione attuale europea salvaguardando ambiente, salute e lavoro”. Insomma, come ha chiesto anche il presidente del comitato delle Regioni Karl Heinz Lambertz, presidente del Comitato delle Regioni, il fondo non deve essere finanziato con i tagli alla Coesione. Principio condiviso anche dal presidente del Parlamento Ue David Sassoli.

M5s: “Aiuti anche per l’ex Ilva” – Dall’altra parte i 5 stelle chiedono di estendere il piano di transizione energetica pensato per il carbone anche all’acciaio. “Bisogna mettere il fiato sul collo alla nuova Commissione europea. Il Just Transition Fund è una buona idea che va estesa anche ad altri siti industriali inquinanti come l’acciaio, altrimenti rischia di nascere come l’ennesimo regalo alla Germania che, appena un anno fa, ha presentato un piano che prevede l’uscita dal carbone entro il 2038. Bene le riconversioni industriali, ma devono riguardare tutti i Paesi europei salvaguardando ambiente, salute e lavoro”, dice Corrao, esponente della commissione per l’Industria dell’Europarlamento. “Germania e Polonia vogliono un fondo europeo per la transizione ecologica e la decarbonizzazione? Bene, questo fondo deve riguardare anche l’ex Ilva. Il Just Transition Fund, che la nuova Commissione europea ha inserito fra le sue priorità, non deve riguardare solo il carbone ma anche l’acciaio, settore che rappresenta il 24% delle emissioni globali”, aggiunge D’Amato, che invece fa parte della commissione Sviluppo regionale. Secondo i due europarlamentari, tra l’altro, “non serve buttare milioni di euro se non si ha una visione strategica. Per risollevare le sorti dell’Ilva non si può fare altro che investire su ricerca e innovazione. Serve produrre ricchezza vera con meno energia e meno inquinamento”.

L’ex Ilva nell’impasse – Parole simile a quelle usate dal ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli. L’acciaieria di Taranto, infatti, vive in questo momento una fase d’impasse: dopo la fuga di ArcelorMittal, le inchieste aperte dalla magistratura e il conseguente passo indietro della multinazionale franco – indiana sul tavolo ci sono due piani industriali. Per rimanere in Puglia Mittal chiede di licenziare 2900 persone nel 2020 e altre 1800 entro il 2023, quando prevede di spegnere l’altoforno 2 e attivare un forno elettrico in grado di garantire 1,2 milioni di tonnellate di acciaio “pulito”. Proposta considerata irricevibile dal governo italiano, che da parte sua studia un piano alternativo: due altoforni in esercizio, un terzo forno elettrico alimentato con il preridotto, la produzione a 8 milioni di tonnellate e livelli occupazionali garantiti. “Lo Stato è pronto a investire, ad essere presente, a partecipare e accompagnare la multinazionale in questa transizione”, ha detto Patuanelli, secondo i quale Ilva deve “diventare un esempio di impianto industriale siderurgico, con uso di tecnologie sostenibili“. Con quali soldi? Il Just Transition Fund potrebbe essere la soluzione.

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