Sono trascorsi più di quattro anni dalla deflagrazione dello scandalo emissioni, passato alle cronache come “dieselgate”. Eppure, l’onda lunga della frode, perpetrata per anni dalla Volkswagen per aggirare le procedure di omologazione, non accenna a ritirarsi.

Stavolta le accuse arrivano dal Canada dove, secondo le tesi di un’agenzia governativa, il colosso tedesco dell’automobile avrebbe violate le normative ambientali: pertanto, sotto la lente di ingrandimento sono finite quasi 130 mila auto importante in Canada e sospettate di non essere in linea con gli standard sulle emissioni inquinanti.

Più nello specifico, per la Environment and Climate Change Canada (Eccc), che è parte integrante del dipartimento dell’Ambiente canadese, Volkswagen potrebbe incorrere in circa 60 capi d’imputazione, due dei quali correlati alla diffusione di informazioni ingannevoli o fuorvianti.

Come sostiene l’agenzia in questione, “nel settembre del 2015 l’Eccc ha avviato un’indagine sull’importazione in Canada di alcuni modelli di veicoli presumibilmente equipaggiati con un ‘defeat device’, un software che riduce l’efficacia del sistema di controllo delle emissioni durante il normale funzionamento e l’utilizzo del veicolo”.

La prima udienza è programmata di fronte alla Corte di Giustizia dell’Ontario, il prossimo 13 dicembre. Da parte sua il costruttore afferma di aver “collaborato pienamente alle indagini”, e di aver pronta una proposta di risoluzione da presentare alla Corte, in accordo con la Eccc.

In altri termini, sembra che VW voglia ammettere le sue colpe e si prepari a un patteggiamento che possa ridurre al minimo la presumibile multa che il Canada si appresta a elevarle. Giova ricordare che, ad oggi, lo scandalo emissioni è costato alla VW qualcosa come 30 miliardi di euro fra spese legali, risarcimenti e campagne di richiamo. E il conto sembra destinato a crescere ulteriormente.

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