L’accordo politico sui ricollocamenti automatici dei migranti recuperati lungo la rotta del Mediterraneo Centrale c’è, i risultati sul piano pratico si vedono solo in parte. Il sistema proposto dopo il summit sull’immigrazione di La Valletta (settembre 2019) da Malta, Italia, Francia, Germania e Finlandia (con quest’ultima che si è già sfilata) prevede che ci sia una redistribuzione automatica dei migranti tra Paesi dell’Unione europea una volta che una nave operata dalle Ong ottiene da un centro di coordinamento per le operazioni di salvataggio quello che si definisce un “porto sicuro” (Pos). La situazione riguarda nella stragrande maggioranza le imbarcazioni delle organizzazioni non governative in quanto le navi militari e della Guardia costiera dovrebbero ottenere l’assegnazione di un porto nel proprio Paese in automatico (eccezion fatta per il caso Diciotti).

Il principio dell’accordo di Malta è evitare le crisi provocate dalla politica dei “porti chiusi” di Salvini, con le navi cariche di naufraghi in mare per giorni in attesa di una destinazione finale e le cancellerie europee impegnate in trattative senza sosta per ottenere ogni volta il ricollocamento di un certo numero di persone. Al contempo, lo scenario da non ripetere è quello pre 2018, in cui le responsabilità dell’accoglienza sono state scaricate in larga maggioranza sui Paesi europei affacciati sul Mediterraneo, in particolare Italia e Malta (e Grecia per la rotta del Mediterraneo orientale).

Come scrive il Corriere della sera, la svolta politica è avvenuta dieci giorni fa, quando Germania, Francia e Malta hanno indicato alla Commissione europea che sarebbero disposte a prendersi carico dell’82% dei migranti sbarcati in Italia. Questo accordo secondo quanto riporta il Corriere è ormai “a regime” e tenuto finora sotto traccia per evitare ostruzionismi alla nascente Commissione Von Der Leyen. Il fatto che sia operativo non vuol dire però che sia “formale”: resta infatti una dichiarazione d’intenti, la cui adesione sarà sempre volontaria, in base al principio di solidarietà tra Paesi membri dell’Unione (articolo 80 del Trattato di fondazione dell’Ue). Se sul piano politico il quadro è migliore che in passato, sul piano dei numeri, la situazione è ancora lontana dall’essere risolta: esiste ancora una forte discrepanza tra i migranti che i Paesi Ue si sono impegnati a ricollocare e quelli che vengono effettivamente presi in carico.

“L’accordo fino adesso non è stato applicato alla lettera. Non è ancora automatico”, nota Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto di Scienze Politiche Internazionali (Ispi) di Milano. Villa ha conservato lo storico di tutte le situazioni di crisi per la concessione di un porto di sbarco in cui si sono trovate navi delle Ong dal giugno 2018 a oggi. In media, secondo i dati di Villa, nel periodo con Salvini al Viminale si sono redistribuiti il 44% dei migranti per cui era stato trovato un ricollocamento. Con Luciana Lamorgese ministro dell’Interno il dato medio è salito appena al 46%. Un dato positivo però c’è: il governo Conte 2 ha gestito l’arrivo di 1.394 persone (il primo episodio con la nave Alan Kurdi di Sea Watch, settembre 2019), con crisi i mare della durata media di quattro giorni circa. “Con Salvini i tempi di permanenza in mare per le navi delle Ong erano di nove giorni in media”, sottolinea Villa. Con il sistema davvero a regime, però, l’autorizzazione di un Pos dovrebbe essere immediata, visto che non dovrebbe più essere necessario un braccio di ferro per ottenere la redistribuzione. Eppure così non è stato, finora.

Vista l’operatività dell’accordo da dieci giorni, i primi tre episodi in cui avrebbe dovuto essere già applicato riguardano gli sbarchi in Italia dal 24 al 26 novembre con protagoniste Ocean viking (213 migranti a bordo), Aita Mari (78) e Open Arms (73 salvati: 62 sbarcati a Taranto, 11 evacuati ad Augusta). In totale si tratta di 364 persone. Di queste, se non altro per motivi di ordine sanitario, le 11 sbarcate ad Augusta dovranno rimanere in Italia. Per le altre, stando al risultato politico dell’accordo “a regime”, dovrebbe essere già possibile il ricollocamento di otto persone su dieci. Però, stando alle rivelazioni del Corriere, al momento il ricollocamento dei migranti riguarda 210 persone, ovvero il 57% del totale: la Germania ne prenderà 69, 90 la Francia, 25 la Spagna, 20 il Portogallo e l’Irlanda sei.

Resta poi un punto interrogativo sulle situazioni pregresse: è infatti molto difficile tracciare l’avvenuto ricollocamento dei migranti. I dati del passato hanno dimostrato che molte promesse degli alleati europei nei confronti di Italia e Malta sono state mantenute solo in parte. È quindi concreta la possibilità che tra i nuovi ricollocamenti rientrino anche sbarchi precedenti, in cui il processo era rimasto incompiuto. Dubbi anche sulla possibilità di ampliare il meccanismo di ripartizione automatica al di fuori della rotta del Mediterraneo Centrale, quella che negli ultimi anni ha subito una riduzione più consistente. Mentre le altre due, Mediterraneo occidentale ed orientale, registrano nuovi aumenti.

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