Ho una grande passione per i teatri storici: sono un patrimonio da tutelare, ma a volte nel nostro paese si preferisce costruire mastodontici Auditorium o Palaqualcosa, anche in piccoli centri, piuttosto che recuperare teatri anche con capienze importanti. Hanno avuto, dopo i grandi esempi di architettura (da Bibbiena a Vanvitelli e Piermarini), un’esplosione attorno all’Unità d’Italia e, laddove non si trovava il terreno idoneo e i finanziamenti erano insufficienti, si arrivava a riconvertire edifici che nulla avevano a che fare con lo spettacolo, come a Ceva, ricavato da un ex macello, o a Chivasso in una ex cappella delle suore (per entrambi i quali ho curato il restauro).

I Teatri sono nati con l’intento non solo di rappresentare opere liriche o di prosa, e quindi di diffondere cultura, ma anche come momento di socialità, di esibizione del benessere economico, di sfoggio di eleganza. Di ciò protagonisti assoluti erano i palchi. Palchi protagonisti di una deliziosa mostra al Museo della Scala, inaugurata a pochi giorni di un’apertura di stagione che si preannuncia strepitosa, con una Tosca, come l’aveva concepita Puccini nel 1900, che per quest’opera profuse un impegno di ricerca ambientale mai avuta per altre sue composizioni.

“Nei palchi della Scala” si rappresentano gli aspetti sociali, umani e divertenti del Teatro come centro della vita milanese, raccontando fasti e curiosità dell’epoca successiva alla costituzione dell’Ente Autonomo fino agli anni 60. Il percorso espositivo è arricchito da un piacevole documentario che narra, in modo puntuale ma leggero, cambiamenti sociali, vezzi e vizi dei palchettisti, così erano chiamati i possessori dei palchi.

Erano e rimasero privati, ognuno con un suo proprio allestimento, sino a quando un decreto del 1928 ne determinò l’esproprio a favore del Comune di Milano che diede avvio anche a uniformarli stilisticamente. Sono stati identificati, palco per palco, tutti i proprietari e gli ospiti del Teatro dal 1778 al 1920, anno dell’esproprio; inoltre viene ripercorsa la storia delle grandi famiglie milanesi, dai Trivulzio, ai Litta, ai Belgiojoso, ai Visconti, le cui vicende si intrecciano a quelle dei patrioti, come Luigi Porro Lambertenghi, Federico Confalonieri e Silvio Pellico, oltre ai grandi letterati da Stendhal a Foscolo, da Parini a Manzoni.

Diciotto pannelli, nel ridotto dei palchi, rievocano gli intellettuali, i grandi artisti, le personalità della politica nazionale e internazionale ospitati nei palchi della Scala dal dopoguerra a oggi: dal Presidente Luigi Einaudi a Rita Levi Montalcini, dalla Senatrice Liliana Segre a Eugenio Montale, da Maria Callas a Patrice Chéreau (laddove cultura e mondanità si sovrappongono senza escludersi).

Il percorso della mostra inizia dall’ingresso del Museo con un grande ritratto di Guido Visconti di Modrone, benefattore della Scala riuscendo nel 1898 a riaprire il Teatro dopo una chiusura durata più di un anno. Egli, grande sponsor del teatro, la cui influenza e carisma trascinò le più importanti famiglie milanesi per quasi centocinquant’anni a trasformare il Teatro in quel “gran salotto che concentra tutti i salotti di Milano”, come diceva Stendhal.

Scorrendo le numerose riproduzioni dei ritratti dei palchettisti della Scala, sempre eseguiti da importanti artisti, tra cui Francesco Hayez, si nota Domenico Barbaya che, da cameriere del caffè degli Artisti, divenne ricchissimo, tanto da trasformarsi in un affermato impresario teatrale e benefattore della Scala, e per aver inventato la barbajada, gustosa e calorica bevanda al caffè cioccolato e panna per scaldare gola, mani e cuore dei melomani.

Episodi divertenti e piccanti, raccontanti in parte dai gentilissimi e orgogliosissimi custodi del Museo – come quelli legati al palco del Viceré, più intrigante del palco reale – ma anche documentati da disegni e testimonianze dell’epoca. Il teatro non era quindi un luogo imbalsamato, come cerco sempre di far capire ai miei committenti, ma un luogo polifunzionale, aperto, di svago. E nei palchi succedeva di tutto, si mangiava, si amoreggiava, si giocava anche d’azzardo, accompagnati però da intrattenimento musicale di altissimo livello.

Così le famiglie milanesi vivevano il teatro quotidianamente, con i palchi arredati quasi fossero un’estensione delle loro abitazioni: sono anche esposti arredi originali e due tavoli da gioco che si usavano durante gli spettacoli. Non manca il glamour, attraverso il servizio fotografico degli anni della ricostruzione e del boom, in cui la moda ha iniziato a diventare protagonista a Milano, rendendo la Scala la più grande vetrina di eleganza del nostro Paese: abiti firmati da stilisti di allora (tra cui Curiel, Schön, Valentino, Capucci) esposti in un ambiente che richiama l’atmosfera di un palco.

Protagoniste dell’ultima sala alcune grandi dame degli anni Cinquanta e Sessanta, da Grace Kelly a Elisabeth Taylor a Valentina Cortese, sempre in abito da sera in occasione delle inaugurazioni di stagione che hanno reso la Scala una vetrina internazionale. Insomma una mostra divertente e colta che parla di architettura, storia, costume e soprattutto tanta Bellezza!

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