“Facciamo i camorristi, non i salumieri. Se non vi vedo, vi do’ meno a fine settimana”. Una filosofia di vita e di impresa, quella di Ciro Mauro detto zi’ Ciruzz, 67 anni, boss del clan delle stese e del pizzo nella Sanità di Napoli. Gli faceva eco il sodale Biagio D’Alterio, Gino ‘o fruttivendol: “Io faccio la malavita e la faccio come voi, rischio di prendere una botta dietro la testa o l’ergastolo”. Il boss approva e incoraggia: “Se avete scelto questa vita fatela come si deve, quando scendiamo in strada non stiamo facendo la giostra”.

La cimice nascosta nella casa di Zi’ Ciruzz spia conversazioni e strategie criminali del clan Mauro. Vengono così riempite pagine e pagine di intercettazioni ambientali alla base dell’ordinanza di custodia cautelare con la quale sono state tradotte in carcere 18 persone e un’altra è finita ai domiciliari. Le accuse spaziano a vario titolo dall’associazione camorristica alle estorsioni e allo spaccio di droga.

Le 734 pagine firmate dal gip di Napoli Luca Battinieri, compendio di un’inchiesta dei carabinieri coordinata dai pm della Dda Urbano Mozzillo ed Enrica Parascandolo, procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, disegnano il quadro di un racket particolarmente violento ai danni di negozianti e piccoli imprenditori del rione Sanità. Uno dei quartieri più famosi e citati di Napoli per le sue storie di camorra e di riscatto, che in questi anni sta faticosamente rinascendo grazie all’impegno di numerose associazioni culturali e di legalità, e che in questi giorni si sta attrezzando per diventare una delle vetrine del Natale.

Secondo la ricostruzione inquirente, la pratica del pizzo avrebbe ripreso forza a partire dal biennio 2014-2015 dopo la scarcerazione di Ciro Mauro, detenuto a lungo per fatti di sangue. Zi Ciruzz chiede e ottiene il “permesso”, il nulla osta di Mario Lo Russo, boss dell’epoca a Miano, e si mette all’opera. Il suo clan si specializza nel taglieggiare commercianti abituati a subire in silenzio, nella paura. I camorristi si mostrano indifferenti alle difficoltà economiche delle vittime. Pretendono il pizzo anche da chi non ce la fa a pagarlo. In una intercettazione agli atti, captata nell’abitazione del boss, alcuni dei destinatari delle misure cautelari (Salvatore Marfè, oggi pentito, D’Alterio e lo stesso Mauro) cercano, senza riuscirci, di imporre il racket al titolare di un’azienda: “Siamo andati da Sasà… l’azienda… che non sta lavorando, comunque gli dicemmo che non vogliamo sapere niente e di non andare sopra da Ciruzz come ha fatto l’altra volta perché poi facciamo le tarantelle”. Un intermediatore di arredamento si vede piombare addosso una richiesta estorsiva da decine di migliaia di euro.

Ad un’altra vittima il clan chiede 20mila euro. La sua reticenza verrà punita con violenza. A colpi di casco, in mezzo alla strada, all’alba. L’uomo fu prima obbligato da due persone a salire dal boss: “Devi venire sopra, ti vuole lo zio Ciro”. A casa del capoclan l’uomo viene terrorizzato: “Ringrazia a me (Carlo Fiorito, uno degli arrestati) che sei ancora vivo e non morto, ci devi portare 20mila euro, poi, dopo la consegna di spiegherò il motivo di quella richiesta… non chiedere aiuto a nessuno perché nessuno ti può aiutare”. La cifra viene poi dimezzata e l’uomo ne versa solo mille, in acconto, con la promessa di versare entro pochi giorni i restanti 9mila.

Gli episodi sono numerosi. Nel mirino finiscono i negozianti di “Vale Shop”. Nell’ottobre 2017 viene dato alle fiamme un bar, “Nu sfizio”. È un’escalation. Serve anche a intimidire i clan rivali. Le timide proteste delle vittime vengono stoppate sul nascere con le parole di Ciro Mauro dettate dalla ‘filosofia’ del suo clan: “I ragazzi ti colpiscono – dice Zi Ciruzz – perché devono crescere, i soldi me li devi portare subito”.

E per imporre il terrore, anche il clan Mauro aveva iniziato a compiere ‘stese’, i raid di colpi di pistola per strada, sparati senza un bersaglio preciso. Coincidevano coi momenti di tensione con i clan concorrenti sul terreno del pizzo, coi quali i rapporti erano altalenanti: i Sequino, i Savarese, i Vastarella, gli Esposito-Genidoni. Nell’ultimo periodo il clan Mauro era riuscito a gestire senza contrasti gli affari illeciti: nel 2018 la Direzione distrettuale antimafia aveva sgominato il clan Vastarella e pochi mesi dopo anche i Sequino. Ora è toccato a loro.

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