La cambiale fu firmata molti anni fa. Erano gli anni post-boom. Dopo il baby boom demografico, il boom economico aveva sostenuto il paese, assurto poi a quarta potenza mondiale (1991). Costruire un albergo nell’impluvio, fondare la pila di un ponte sul letto di un impluvio, coprire tout-court l’impluvio con un parcheggio, scaturivano allora da un impeto creativo condiviso da tutti.

Tranne alcuni, pochi, antipatici gufi. Quella crescita – per alcuni contemporanei, il bel tempo che fu – si fondava anche sul debito, ben poco keynesiano, contratto con la geografia fisica. E la natura ci chiede adesso di onorare quella cambiale.

Non c’erano ancora i modelli matematici che sconsigliano oggi queste ardite soluzioni. Sia il principio di precauzione, sia una visione olistica avrebbero dovuto comunque suggerire una certa prudenza. Ma non era certo la cautela a dettare le linee progettuali, se parecchi incarichi professionali venivano assegnati seguendo criteri che solo più tardi la Procura di Milano mise in discussione. E la natura passa ora all’incasso, perché il debito idrogeologico non si cancella come talvolta accade con quello finanziario.

Nel frattempo, il paese in declino ha continuato a comportarsi come se quel debito non esistesse. Dall’Unità d’Italia in poi, abbiamo speso enormi risorse finanziarie e impegnato formidabili risorse umane, ma sempre a posteriori, una calamità dopo l’altra; senza investire adeguate risorse economiche e, soprattutto, intellettuali per realizzare una politica di prevenzione di lungo respiro. E tre ragioni aggravano oggi la storica vulnerabilità del paese, trasformando in un dramma economico e sociale il dissesto della nazione che Giustino Fortunato, emerito meridionalista dell’Ottocento, definì “uno sfasciume pendulo sul mare”.

1. Da anni l’Italia ha frammentato i compiti istituzionali di controllo e manutenzione delle infrastrutture e del territorio. Il numero dei generali e dei colonnelli della burocrazia – nazionale, regionale e locale – si è moltiplicato a dismisura, assottigliando i quadri tecnici. Le istituzioni pubbliche non sono così in grado di giudicare in proprio se un versante sia instabile, un ponte sicuro, un torrente pericoloso. E difficilmente possono evitare che un rivo venga coperto, un fiume ristretto, una concessione accordata in piena frana. Eliminando anche i quadri operativi, dal geometra all’operaio, le istituzioni hanno poi esternalizzato ogni attività sul campo. E il dogma del massimo ribasso sta facendo sentire i suoi effetti.

2. Da una legge di bilancio all’altra, la voce relativa al controllo e alla manutenzione viene scarnificata ogni volta che la cassa piange, cioè quasi sempre. Magari a favore di (sacro)sante sagre paesane e indispensabili concorsi canori. Controllo e manutenzione delle infrastrutture e del territorio sono considerati orpelli superflui, fastidiosi, antipatici perché poco gratificanti. La visione a breve di ogni politica territoriale viene sostenuta da una fede mistica nell’eterna qualità taumaturgica del calcestruzzo armato. Una convinzione che influenza anche la verifica degli asservimenti, delle servitù e delle concessioni.

3. La competenza specifica viene spesso sacrificata. Mancano la capacità e la volontà di distinguere le necessarie competenze. Si confonde il meteorologo con l’idrologo, l’idrologo con il geologo, il geologo con il geotecnico, il geotecnico con il topografo, restando dalle mie parti. Da sempre spingo per una preparazione ad ampio spettro di architetti e ingegneri, ma ci sono problemi che richiedono anni di studio su questioni specifiche, per i quali non possiamo rinunciare alla conoscenza specialistica. Favorire il pressapochismo moltiplica la spesa, mortifica l’assunzione di responsabilità, liquefà la fiducia nei tecnici istituzionali.

Parafrasando un articolo di Melody Maker di 54 anni fa, Beatles say: Dylan shows the way , la Liguria mostra la via del declino demografico ed economico al resto del paese da almeno trent’anni. Ora i liguri stanno affrontando la sfida della fragilità territoriale con coraggio, in una situazione infrastrutturale drammatica. In quella regione, la più martoriata, il disastro non ha provocato vittime: la gente ha consolidato un’ammirevole consapevolezza e imparato a convivere con il rischio.

La Protezione civile ha ivi operato in modo sollecito, sistematico, esemplare. L’informazione di una televisione privata, Primocanale.it, ha lavorato ancora una volta in modo assiduo, svolgendo un ruolo di servizio pubblico attraverso una capillare, interattiva attenzione a tutto ciò che stava accadendo sul terreno con una maratona in tempo reale.

Dopo l’emergenza ci sarà una inversione di tendenza, una politica di prevenzione di lungo respiro? In Liguria tutti lo stanno promettendo. Speriamo che la promessa venga mantenuta. E segnali la via da seguire per onorare la cambiale idrogeologica italiana, senza che vada in protesto.

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