Su ogni banco c’è una targhetta col vostro nome”, ci avvisa la docente. Guardiamo le targhe davanti a noi: nessuno si è seduto al suo posto. Abbiamo iniziato malissimo il corso per mettere un po’ di ordine nella nostra vita. Decluttering, si chiama: una disciplina nata in America che insegna a liberarsi e disfarsi degli ingombri (clutter, in inglese), a partire dalla propria casa: vestiti, oggetti, mobili, foto. A portarla alla ribalta mondiale è stata Marie Kondo, giapponese autrice del besteller Il magico potere del riordino e protagonista di uno show Netflix in cui aiutava le persone a riordinare le proprie case e migliorare la qualità della propria vita. Proprio in questi giorni la Kondo è criticatissima da schiere di (ex?) fan, che non hanno approvato la sua scelta di aprire un e-commerce di oggetti per la casa: dopo averci fatto svuotare le case, è l’accusa, adesso ce le vuole riempire con oggetti venduti da lei. «Io non insegno a eliminare tutto», si difende lei. «Ma solo quello che non vi dà gioia».

E così, per cercare di capire come darci gioia con gli oggetti, siamo venuti al corso organizzato dall’Ufficio tempo libero di Milano. 4 ore, 65 euro. Ci presentiamo in 11: nove donne, e due uomini. Età media: 50 anni. Problema: “troppe cose in casa”. Maria, sulla quarantina, ha ”centinaia di vestiti, vintage, vittoriani”, e altre centinaia di paia di scarpe. Elisabetta, sui cinquanta, dice che è qui perché “dover gestire tutta questa roba mi ruba parte della mia vita”. Francesca, un’aggiornatissima ultraottantenne, vuole liberare la sua casa dalle inutilità prima che arrivi il momento, “per non lasciare ai miei figli l’incombenza”. Dentro, ha tutti i ricordi di una vita, ma anche oggetti che non ricorda neppure di avere.

Il corso inizia con una domanda, fatta dalla responsabile Daniela Pellegrini, life coach e consulente in decluttering: “Chi di voi sa quante paia di mutande ha in casa?”. Scena muta. “Tranquilli, non lo sa nessuno. Siamo tutti un po’ accumulatori. Non buttiamo gli oggetti perché ci affezioniamo a loro, perché ci ricordano qualcosa, perché non abbiamo tempo e coraggio”. Il caso di scuola è quello dei due fratelli Collyer, incapaci di gettare alcunché e morti schiacciati dalla propria spazzatura nella loro casa a Brooklyn nel 1947 (da cui la sindrome dei fratelli Collyer).

Ma, continua Daniela, “non dobbiamo mica buttare tutto, solo gli oggetti che rappresentano degli ingombri per la nostra vita e ci fanno vivere male”. L’approccio piuttosto orientale della Kondo non le piace: “Io non posso venire a casa vostra e dirvi cosa dovete buttare”, spiega. Il decluttering è un processo personale, che inizia anzitutto da un’autodiagnosi: “Perché non riesco a buttare gli oggetti che vorrei?”. Non mancano le dosi di psicologia: “Una volta”, spiega Daniela, “un’art designer milanese mi ha chiesto aiuto. Aveva la casa piena degli oggetti dei suoi vecchi progetti. Abbiamo cercato di capire perché non riuscisse a disfarsene: aveva appena avuto una figlia, e forse inconsciamente non voleva ‘salutare’ la sua vecchia vita di ragazza, rappresentata da quegli oggetti creativi”.

Il decluttering inizia sempre da qualche tipo di lista. Scriviamo gli oggetti che possediamo in casa: mutande, scarpe, piatti, gonne, camicie, lenzuola. Non avevo mai realizzato di sapere così poco della mia biancheria e trapunte. Poi facciamo la lista delle cose che cerchiamo più di frequente in giro per casa (gli occhiali su tutti) e di quello che non vogliamo più fare. Non esiste un numero massimo di oggetti da conservare, ma ne esiste uno minimo. “Vi bastano tre lenzuola: uno da usare, uno da lavare e uno per le emergenze”. Gli oggetti dei ricordi dei nostri figli? “Vi basta un quaderno, un vestito, un biberon e un bavaglio”. In questo modo quell’oggetto diventa unico e prezioso. Il male assoluto? “Le scatole chiuse, quelle che riempite di oggetti inutili, richiudete in magazzino e lasciate lì per anni, dimenticandovi persino di cosa c’è dentro”. Ok, niente scatoloni.

Facciamo una mappa della nostra casa. Poi, per ogni stanza, tracciamo con dei colori le zone positive e quelle negative (ovvero piene di oggetti che non ci servono). “Immaginate di dovervi trasferire in un’altra città e potervi portare solo la metà di quello che avete. Cosa scegliete? Scrivetelo su un foglio. A sinistra gli oggetti da buttare, a destra quelli che volete mantenere”. Il senso è liberarci di quello che “non ci serve o non ci emoziona”. “Aprite l’armadio, prendete tutti i vestiti, metteteli sul letto, provateli se necessario e iniziate a selezionarli: ‘questo no, questo sì’. I primi buttateli o dateli in beneficenza. I secondi, riorganizzateli, in base alla funzione che avranno: vi saranno utili? Vi provocheranno emozioni? Sono oggetti rari?”.

Inutile e quasi impossibile fare tutto in un pomeriggio. La casa va riordinata poco alla volta e su Facebook ci sono addirittura i gruppi Facebook in cui i partecipanti si sfidano a buttare un tot di oggetti a settimana. L’obiettivo è piuttosto semplice: “Liberarsi delle cose inutili vi fa risparmiare tempo ed energia, vi riempie di energia positiva e aumenta la vostra autostima”. In Italia dal 2013 c’è l’Apoi, l’associazione professionale riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico che conta un centinaio di Professional organizer iscritti. Gli associati offrono consulenze a privati e aziende per mettere ordine nella propria casa. Il costo di un’uscita è circa 400 euro. Noi finiamo il corso con un attestato di partecipazione e qualche consiglio per rifare l’armadio: magliette piegate a salsicciotto, pantaloni di seta sulla gruccia, e soprattutto “niente scatoloni”. Tornati a casa proveremo a guardare cosa c’è in giro, a selezionare le inutilità e liberarci degli ingombri. O forse a riguardarceli e cercare il coraggio per salutarli una volta per tutte.

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