Come mai quello di Daniela “El Mimo” Carrasco, attrice di strada cilena che sarebbe stata violentata, torturata, assassinata da carabinieri in Cile che poi l’avrebbero appesa per simulare un suicidio da impiccagione, come mai, dicevo, è un caso in Italia e non in Cile? Seguo dall’inizio delle proteste le notizie cilene, costantemente, ogni giorno e non ne avevo mai sentito parlare.

C’è una forte sensibilità interna e internazionale sulle violazioni dei diritti umani nella gestione del cosiddetto ordine pubblico in Cile. I casi vengono pubblicizzati e discussi, si aprono indagini giudiziarie e prima delle indagini giudiziarie, ci sono le attività e le reazioni di vari soggetti, primo fra tutti il prestigioso Indh, l’Istituto Nacional de Derechos Humanos.

Si è parlato moltissimo, per esempio, del giovane fotografo Gabriel Gatica, colpito agli occhi dai proiettili di gomma e che, salvo miracoli, non recupererà la vista. Si è parlato dei casi delle donne che accusano violenze sessuali mentre erano in stato di fermo. Amnesty International ha appena presentato un rapporto in cui sostiene che più di mille sono i feriti da colpi d’arma da fuoco (di piombo o di gomma) in un mese di scontri, una cifra altissima. Oltre ai cinque morti accertati per colpi d’arma da fuoco.

Il caso di una donna, per di più artista di strada, “suicidata” con torture, sarebbe comunque di gran lunga il più grave di tutti i casi. Possibile che in Cile nessuno se ne sia accorto? E perché invece in Italia la vicenda è esplosa nei social e nei media? Dopo ore e ore di ricerca ho trovato “il gancio”, l’innesco che in qualche modo, per qualche canale – credo femminista – è arrivato dal Cile alla Italia.

Mi riferisco a una piccola manifestazione nel luogo dove la povera Mimo Carasco è stata trovata impiccata: un ricordo e una protesta organizzata, un mese dopo la morte, da un gruppo di donne del quartiere Pedro Aguirre Cerda. Ecco il video.

Le stesse donne e ragazze che parlano nel video lo fanno più che altro per incitare a unirsi al movimento femminista di quartiere, non danno elementi specifici di denuncia.

Per spiegare il silenzio dei media, dell’Istituto dei Diritti Umani e degli altri soggetti umanitari cileni sulla “Mimo” non è proprio il caso di immaginare dietrologie o minacce. Allo stato le indagini e l’autopsia non hanno accertato nulla di diverso dal suicidio e non c’è stata denuncia da parte dei familiari. Nessun social e nessun media italiano aveva elementi o testimonianze ulteriori per corroborare l’accusa.

Come giudicare quindi la “viralizzazione” tutta italiana dell’accusa, della notizia? Siamo particolarmente sensibili e solidali. Siamo particolarmente disposti a credere a notizie atroci anche se non verificate. Siamo particolarmente legati ai ricordi delle atrocità commesse negli anni 70 e 80 in America Latina quando non c’erano Internet, le reti, una capacità più diffusa di denuncia. Ognuno scelga la sua spiegazione. In ogni caso per difendere i diritti umani e richiamare l’attenzione sui carabinieri cileni non c’è bisogno – a mio parere – di esagerare storie come questa.

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