L’eterno scontro generazionale si è spostato, com’è ovvio, sul terreno di gioco del web, dei social, e le armi, all’alba degli anni ’20 del 21esimo secolo, sono i meme (che si legge mèm, facciamo questo sforzo), le immagini corredate di slogan ad effetto che troviamo ogni giorno sui wall dei nostri profili. Armi che diventano virali. Viste, cliccate, ricondivise migliaia di volte, e che si nutrono di un linguaggio a cui sono abituati i post-millennials e a cui spesso sono sprovviste di anticorpi, e impreparate ad affrontare, le generazioni precedenti: la post-ironia.

Così, succede che al parlamento neozelandese la deputata del Green Party Chlöe Charlotte Swarbrick (classe 1994), durante un discorso – peraltro incentrato proprio sul tema del rinnovamento generazionale delle posizioni di potere – sia interrotta da un collega, evidentemente più anziano, e che lei lo liquidi sbrigativa con due parole, “ok boomer”, continuando poi a parlare. Due parole che hanno fatto il giro del mondo, diventando appunto un meme viralissimo, fonte di sfottò e prese in giro, e un argomento di discussione un po’ ovunque nel corso dell’ultima settimana.

Ma che significa di preciso “ok boomer”? E perché suona così offensivo? Il termine “boomer” è quello con cui ci si riferisce, in inglese e nel mondo occidentale, alle persone nate tra la fine della Seconda Guerra Mondiale (1945) e la metà degli anni ’60, coloro che hanno quindi beneficiato del periodo storico chiamato appunto “boom”, la grande accelerazione economica che ha coinvolto tutto l’Occidente. Per fare chiarezza, occorre specificare che a quella dei boomer è seguita la Generazione X (1965-1980), poi la Y – quella dei Millennials con i nati tra il 1980 e il 2000 (e non come erroneamente si crede quella dei teenager attuali) – e oggi la Generazione Z, i nati dal 2000 in poi, i veri nativi digitali.

“Boomer”, dunque, di per sé è un epiteto assolutamente non offensivo, anzi è una vera e propria connotazione sociologica e ancora prima, demografica. Perché i termini generazionali citati poco fa non sono figli (per restare in tema) di un linguaggio popolare, di costume, ma sono stati coniati da sociologi e antropologici, studiosi e scrittori (il termine “X Generation” è usato per la prima volta da Doug Copuland nell’omonimo romanzo del 1991). “Boomer” diventa un’offesa nel momento in cui in una sede istituzionale, come un parlamento, una 25enne apostrofa un collega più anziano con “ok, boomer”, zittendolo e dandogli, di fatto, del vecchio rimbambito, perché il significato, il sottotesto, è questo. “Ok, dai, lasciami finire, vecchio babbione” (e scusate il termine babbione, che fa molto boomer ma evita sinonimi più coloriti…) . Tra le righe, interpretiamo così quell’affilato “ok, boomer” della Swarbrick. E poco importa se le abitudini sociali in Nuova Zelanda sono piuttosto informali, specie se paragonate all’Europa, o se il gap generazionale è un’attenuante. “Ok, boomer” è diventato subito uno slogan, una pugnalata da tastiera. Infatti, in meno di sette giorni è finito su tutti i giornali, in TV, sul web e sui social.

Abbiamo visto di tutto, in questi giorni: instant merchandising, con felpe e magliette in vendita sul web; hashtag, perché ovviamente un trend topic così si cavalca al volo; un modo di dire. Subito, immediatamente, senza filtri, senza troppe analisi, senza troppe interpretazioni, senza menate. Questo è il vero scarto tra i boomer e gli Z, ancor più che i Millennials. Da una parte, si stanno ancora organizzando per capire cosa sia successo, cosa significhi davvero l’offesa. Dall’altro, ci si è già fatti tutte le risate possibili, si è metabolizzato l’insulto, si sta già andando oltre. Perché nel frattempo qualche altra cazzata buona per essere la ‘viralata’ della settimana è già lì da qualche parte, su qualche pagina Facebook, su qualche profilo Instagram o su qualche video di TikTok. Perché voi saprete, amici boomers e della generazione X, che il nuovo fenomeno social è TikTok, vero? Non dobbiamo spiegarvelo, mi auguro (sì, c’è dell’ironia molto nerdy e da social in questa frase, tranquilli).

Ma il problema, come sempre, viene raccontato più grande di quel che è. Perché dalla notte dei tempi i ragazzi cambiano linguaggio, cambiano riferimenti, e hanno un senso della leggerezza che gli adulti hanno perso. Quella è la vera sconfitta della maturità. Quella di non tenere la mente fresca, di non restare aggiornati. Si coltivano altre qualità, indubbiamente, ma oggi più che mai la perdita di una certa freschezza mentale è vita come un difetto. Un boomer non si bada del millennial che gli dice “ok, boomer”, il millennial non ha tempo di aspettare che il boomer capisca. Perché, com’è nell’ordine delle cose, non capisce. Il mondo che va avanti, e non aspetta nessuno. Non predetevela. Ok, boomer?

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