È sempre più alta la tensione tra israeliani e palestinesi. È salito a 24 il numero dei morti, tra cui anche un bambino di 7 anni, e a 70 quello dei feriti negli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza dopo un lancio di razzi secondo il ministero della sanità dell’enclave palestinese. Per i media, almeno 10 degli uccisi sono membri delle fazioni armate della Striscia. Le sirene di allarme anti missili stanno risuonando in tutto il sud di Israele nelle zone attorno a Gaza, soprattutto ad Ashkelon, lungo la costa, e a Sderot. La Jihad Islamica ha sparato stamani 20 razzi Grad, come ha reso noto un portavoce delle Brigate al-Quds. “La campagna militare contro il nemico prosegue”, ha aggiunto il portavoce.

A innescare la tensioni l’uccisione ieri mattina da parte di Israele del comandante militare della Jihad Islamica a Gaza, Baha Abu al-Ata, responsabile di lanci ripetuti di razzi le passate settimane verso lo Stato ebraico. Subito dopo, e per tutta la giornata, oltre 200 razzi sono piovuti su Israele, secondo quanto riferito dall’esercito dello Stato ebraico, con le sirene di allarme risuonate anche a Tel Aviv e nel centro del Paese, aeroporto compreso. “Sarebbe meglio per la Jihad capire ora, credo che il messaggio stia cominciando a passare. Devono comprendere che noi continueremo a colpire senza pietà. Siamo determinati a combattere e a proteggere noi stessi” ha detto il premier Benyamin Netanyahu all’inizio di una riunione straordinaria del governo. Dopo aver ribadito che Israele non è interessato ad una escalation, Netanyahu ha aggiunto: se la Jihad “pensa che le salve di razzi o i colpi ci indeboliscano, sbaglia”. Media israeliani parlano invece di “400 missili” lanciati dalla striscia.

In Israele, dove circa il 90% dei missili è stato intercettato dal sistema di difesa Iron Dome, si contano decine di feriti per le cadute mentre la gente correva nei rifugi. Lo scontro in atto – la Jihad è appoggiata dall’Iran – è il più grave da mesi e gli esiti non sono prevedibili. Da segnalare infatti che due notti fa, quasi in contemporanea con i fatti di Gaza, un altro comandante della Jihad Islamica, Akram Ajuri, è stato oggetto a Damasco di un attacco che la stampa siriana ha attribuito agli israeliani. “Israele – aveva detto il premier Benyamin Netanyahu al termine di una riunione del Consiglio di difesa – non vuole un’escalation ma farà tutto il necessario per difendersi. Occorre avere pazienza e freddezza”. Poi ha denunciato che “Baha Abu al-Ata era il principale organizzatore di terrorismo a Gaza. Stava per organizzare nuovi attentati. Era una bomba in procinto di esplodere“.

Da parte sua la Jihad, subito dopo l’uccisione di Al-Ata, aveva annunciato che la sua reazione “farà tremare l’entità sionista”. “Israele – aveva accusato Ziad Nahale, uno dei leader della fazione – ha oltrepassato tutte le linee rosse. Reagiremo con forza”. Mentre da Ramallah, in Cisgiordania, il presidente palestinese Abu Mazen aveva bollato l’azione come “un crimine israeliano contro il nostro popolo a Gaza”.
Israele – che ha inviato al confine con la Striscia rinforzi di mezzi blindati, di unità di fanteria e anche ufficiali della riserva – al momento sembra voler tenere fuori dallo scontro Hamas, che pure governa l’enclave palestinese. Per questo ha fatto sapere ai suoi comandanti che se non si unirà al fuoco della Jihad, non colpirà i suoi obiettivi. Ma il leader Ismail Haniyeh ha garantito che “la politica israeliana delle esecuzioni mirate non avrà successo”.

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