Per comprendere come l’ultimo episodio dell’annuncio formale dell’addio da parte di ArcelorMittal sia stato trattato dalla sedicente “grande informazione”, in perfetta continuità con i precedenti capitoli della narrazione della tragedia Ilva, basterebbe considerare che, in questa settimana cruciale, l’unica ricostruzione fondata sui fatti e testimonianze del disastro ambientale infinito (e tuttora in corso a Taranto) è stata trasmessa da Rai 2 il 7 novembre alle 23, dopo quattro giorni di cosiddette news e approfondimenti da cui le parole “veleni”, “gas tossici”, “contaminazione ambientale”, “morti” e “cancro” sono state rigorosamente bandite.

Finalmente la formidabile mole di retorica, strumentalizzazioni e ipocrisia – finalizzata soprattutto a screditare ulteriormente l’attuale governo e a inchiodare il M5s a presunte imperdonabili responsabilità (per aver indotto ArcelorMittal a liberarsi di Taranto a seguito della revoca dello “scudo penale“)-, è stata almeno scalfita dal film documentario Ilva. A denti stretti di Stefano Maria Bianchi e Cristiano Leuti.

Un’inchiesta basata su una mole di documentazione e in presa diretta dove a parlare sono le immagini inconfutabili di una catastrofe ininterrotta; le testimonianze dei pazienti oncologici sempre più numerosi in fila davanti alle farmacie che si sono moltiplicate; gli allarmi caduti nel vuoto lanciati da anni dai pediatri e confermati dagli esami clinici; le denunce di ambientalisti che hanno raccolto dossier sul mix di veleni che si propagano tuttora dalla fabbrica nell’aria, nei terreni circostanti, nelle falde acquifere e nel mare dove prosperano gli allevamenti abusivi di cozze.

Ci sono le storie di isolamento, solitudine e spesso anche di boicottaggio nei confronti di chi ha denunciato: come ha fatto l’ex capo del laboratorio chimico dell’Ilva, il quale ha raccontato delle “analisi allegre”, dei documenti pilotati da esibire in sede di controllo e che ha avuto anche l’ardire di ripetere le sue accuse davanti ai magistrati di “ambiente svenduto”. E ci sono i luoghi che possono essere persino più eloquenti di qualsiasi denuncia per svelare il sistema di ipocrisia e connivenza in nome del supremo interesse della produzione (non importa come e a quale prezzo) che si è instaurato a Taranto da troppo tempo.

Sarebbe sufficiente gettare uno sguardo, increduli, sulle cosiddette “collinette ecologiche“, costruite negli anni 70 per separare il quartiere Tamburi dal “mostro”, come se potessero costituire uno sbarramento all’aria avvelenata. Ma non basta: perché “le collinette” sono sotto sequestro da anni in quanto realizzate con materiale altamente tossico derivato da scarti della lavorazione e rifiuti speciali e presentano quantità abnormi di Pcb, furani e diossine, talmente pericolose per la salute pubblica da imporre la chiusura con ordinanza del sindaco delle scuole vicine.

Un vero peccato che Ilva. A denti stretti sia stata vista “solo” da 393mila spettatori con uno share del 2,5%. E forse sarebbe bastato mandarlo in onda in prima serata per far comprendere a un pubblico più vasto di cosa si parla veramente quando si parla di Ilva e per rimettere nel giusto ordine e in una corretta prospettiva le responsabilità e le priorità.

E calato in un racconto veritiero della tragedia di Taranto e nella realtà attuale della crisi produttiva dell’acciaio a livello europeo, anche il cosiddetto”scudo penale”, voluto con incontenibile slancio da Matteo Renzi (Per questa città bella e disperata. Salvataggio di Ilva insieme al salvataggio dei tarantini e dei loro figli“), eliminato prima dal Conte I – e poi reintrodotto con forti limitazioni sotto formidabili pressioni di sindacati, Confindustria Federmeccanica e infine soppresso dalla versione definitiva del decreto salva-Imprese con un emendamento del M5s a firma Barbara Lezzi (votato da tutte le componenti del governo poco tempo) -, si rivelerebbe per quello che è.

E cioè un puro pretesto per Arcelor, che probabilmente non era dall’inizio la scelta migliore, e un obbrobrio giuridico, in palese violazione dei principi di generalità e astrattezza che regolano la materia penale. Per di più infilato in un decreto, destinato a essere cestinato dalla Corte Costituzionale.

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