La battaglia per screditare il reddito di cittadinanza va avanti, imperterrita. Nel corso di questa settimana ha ricevuto nuova linfa da un reportage pubblicato domenica su un quotidiano nazionale, a pagina 7. Nel lungo articolo si dava conto di come nella “trincea” (sic) di Pomigliano d’Arco – chissà poi perché “trincea” – su 39mila abitanti (neonati inclusi) 12mila persone ricevessero il sussidio. Piccolo particolare: Pomigliano è il comune di Luigi Di Maio. Ergo: Luigi Di Maio, che ha messo la firma sulla misura, ha elargito (e sta elargendo) centinaia di migliaia di euro ai propri concittadini. Perché uno su tre ne beneficia. Apriti cielo.

La notizia è stata ripresa da diverse testate online: un giornale di destra-destra l’indomani ha titolato Assistenzialismo clientelare – Nel paese di Di Maio in 12mila incassano il reddito grillino, molti giornalisti, opinion maker, economisti, politici e addirittura comici l’hanno commentata il più delle volte con sdegno misto a quel “ve l’avevo detto, io, come sarebbe andata a finire”.

La verità era un po’ – si fa per dire – diversa. Già, perché quel dato (i 12mila percettori) era ed è riferito al centro per l’impiego della città, a cui fanno riferimento anche i comuni di Acerra, Casalnuovo, Castello di Cisterna, Sant’Anastasia e Volla. Totale: 208mila abitanti. Mentre a Pomigliano (dati di luglio) i beneficiari del reddito erano 935. Non il 33% della popolazione ma il 6%.

Non fa nulla. La macchina era già in moto e ben ingrassata. Nonostante la nota diffusa dal ministero del Lavoro, il giornale di destra-destra di cui sopra è uscito con la fake news a caratteri cubitali in prima pagina. Nonostante la nota diffusa dal ministero – eddai – nei giorni successivi l’errore ha continuato a circolare. Sui social, nei talk show (mirabile il segretario dei metalmeccanici Cisl, Marco Bentivogli, guru di liberisti e centristi, che incrollabile ha tuonato: “Questa è la visione dei 5stelle, persone non libere ma sussidiate”), al bar, tra le famiglie e così via.

Ora, il giornalista autore del reportage si è scusato. E anche il quotidiano. C’è da dirlo: gesto raro di questi tempi. E per carità, può succedere di sbagliare. Ciò che ho notato – e che non mi va giù – è la narrazione che da destra a sinistra (o sedicente tale), passando per il centro, è stata creata intorno al reddito di cittadinanza.

Per me la questione è molto semplice. Il reddito di cittadinanza è una misura di civiltà. Punto. Peraltro l’unica di “sinistra” presa da un governo da lustri a questa parte. Da una parte funziona come mezzo di contrasto alla povertà, dall’altra dà la possibilità di unire domanda e offerta di lavoro (la cosiddetta “fase due” del provvedimento). La parte di politica attiva della misura è la più difficile da mettere in pratica, senza dubbio.

E il motivo è presto detto: quando si mette piede in un qualsiasi centro per l’impiego, sembra di fare un salto negli anni Ottanta. Bene, di chi è la colpa? Senz’altro di quei governanti che per decenni se ne sono infischiati dello stato di salute del nostro welfare. Che oggi qualcuno cerchi di sistemare le cose, allineandoci ad altri Paesi europei, mi pare meritevole.

L’ottima Elisabetta Donati, che gestisce il centro per l’impiego di una delle province col minor tasso di disoccupazione in Italia, e cioè Bergamo, me lo aveva detto mesi fa: “Siamo rimasti indietro anni. Coi finanziamenti messi sul piatto dall’esecutivo, forse possiamo tornare alla normalità”.

Più personale, un database che funzioni su base nazionale, più tempo per dedicarsi allo scouting, domanda e offerta che hanno maggiori probabilità di venire a contatto. La normalità. La normalità in un Paese civile.

Twitter: @AlbMarzocchi

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