“La ristrutturazione dei centri per l’impiego dovrà puntare a rendere omogenee le prestazioni fornite, e realizzare una rete capillare in tutto il territorio nazionale”. Nero su bianco, è ciò che si legge nella nota di aggiornamento al Def, approvata dal governo a guida M5s-Lega. Accanto alla legge di Bilancio, che dovrebbe essere presentata in Parlamento entro il 20 di ottobre, ci sarà, infatti, un ddl che disciplina l’introduzione del reddito di cittadinanza e che, al suo interno, riforma i centri per l’impiego.
Questi ultimi, nel piano delle politiche attive promosso soprattutto da Luigi Di Maio, diventano centrali, perché l’erogazione del reddito di cittadinanza sarà vincolato all’adesione di tre proposte lavorative (nell’arco di 24 mesi), con decadenza del beneficio in caso di rifiuto delle offerte. Da qui, l’investimento riservato dal governo ai centri per l’impiego: un miliardo di euro (a fronte dei due promessi nel contratto di governo), accompagnato da assunzioni di nuovo personale.

Ma qual è lo stato di salute, attualmente, dei centri per l’impiego? I cronisti del Fatto.it hanno preso appuntamento in due strutture diverse, una a Roma e una a Lodi (in Italia sono, in totale, 501). E ciò che è emerso è preoccupante: nessuna banca dati che incroci domanda e offerta, software vecchi che rallentano le pratiche, dipendenti che lamentano un sovraccarico di lavoro e, soprattutto, poche aziende che si rivolgono ai centri. “In Italia le persone che trovano occupazione grazie a noi sono solo il 3% – racconta un impiegato – in Germania sono il 20%. Ma loro possono contare su 110mila dipendenti, noi soltanto su 8mila”. “Io dovrei occuparmi di selezione dei curricula – rivela un altro – eppure l’80% del mio tempo lo passo immerso in pratiche burocratiche”. E il reddito di cittadinanza? “Non sappiamo nulla, perché ancora non è legge. Ma saremo sicuramente coinvolti. Il punto è che, prima, per migliorare le cose, serve un potenziamento del personale”.

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