Oggi pubblico un articolo di Stefano D’Errico, segretario dell’Unicobas, organizzazione sindacale che si richiama al socialismo libertario, fondata nel 1990.

“Nel disinteresse generale di una società ‘incivile’ che odia la cultura, con la complicità attiva di tutte le forze politiche e dei sindacati di partito, la scuola italiana è diventata l’ombra di se stessa. Dalla ‘carta dei servizi’ dell’industriale Giancarlo Lombardi (ministro nel 1995), con lo studente-cliente e le lettere anonime per valutare gli insegnanti, tutto è diventato ‘normale’.

Normale, con Luigi Berlinguer, pareggiare lacune in matematica con ‘crediti’ in educazione motoria, Mariastella Gelmini che s’inventa un ‘tunnel dei neutrini’ dall’Aquila alla Svizzera e Valeria Fedeli, diplomata con un titolo triennale. Legittimo valutare gli studenti con quiz che trasformano la battaglia di Azio nella ‘battaglia di Anzio’ o che i genitori aggrediscano gli insegnanti senza venir denunciati. Che il Ministero neghi i dati sul burn out e contra legem non faccia prevenzione, mentre fa valutare i docenti da presidi mai formati o valutati e vieta gli scioperi più che nelle unità coronariche.

Giacché per l’istruzione investono meno di noi solo Slovacchia, Romania e Bulgaria, con l’80% degli istituti fuori norma sulla sicurezza e l’obbligo più basso d’Europa, si punta sul liceo scientifico a quattro anni e senza il latino. Un terzo degli insegnanti di sostegno non è specializzato. Il codice deontologico dell’istruzione pubblica è stato scritto da un cardinale. S’impedisce solo ai sindacati di base il diritto di assemblea durante le elezioni per la rappresentatività e s’impone a tutti i pensionati l’iscrizione ai sindacati di partito. Si può azzerare l’anzianità di servizio di 70mila non docenti e mandarli in pensione con mille euro dopo 40 anni di servizio (Anno Domini 2000).

Una riforma chiamata ‘Buona Scuola’ demansiona abilitati per latino e greco a far supplenze nelle primarie, e destina un professore di matematica dove ne serve uno di lettere. Poi, un governo che si diceva ‘del cambiamento’ (ma il rischio resta pendente anche con la compagine giallo-rossa) voleva regionalizzare scuola e università in un Paese a tre (e più) velocità con l’obiettivo di mantenere a Nord il residuo fiscale delle regioni ricche, quando nel Mezzogiorno neppure il tempo pieno è mai andato davvero a regime, completare il diritto allo studio (costituzionalmente sancito) è cosa quasi opzionale e il numero delle scuole è ancora inferiore al dovuto.

Infine, i docenti sono relegati nel pubblico impiego e gli aumenti contrattuali non possono superare l’inflazione ‘programmata’. Vengono perciò retribuiti al livello più basso della Ue e la metà dei coreani. Così è stata distrutta la scuola”.

Questa è la sinossi de La Scuola distrutta. Trent’anni di svalutazione sistematica dell’educazione pubblica e del Paese (edizioni Mimesis, Milano), che sarà nelle librerie dal 7 novembre. Concludo con quanto ha scritto Pino Aprile curando l’introduzione del libro: “Temevo di esagerare con i sospetti sull’esistenza di un piano per sgretolare una delle eccellenze italiane, la scuola; il libro di D’Errico mi conferma che non è troppo quel che penso. […] Tutte queste coincidenze demolitrici, pur al mutare di governi e schieramenti politici si giustificano solo in un modo.

Le “riforme” (a perdere) hanno colpito giusto i tratti distintivi di quel che ci fa “italiani”; siamo il Paese con il maggior patrimonio artistico al mondo, una delle più grandi tradizioni musicali, la storia più ricca e una lingua base, il latino, da cui derivano quelle di mezza Europa e più di mezz’America; e giusto queste discipline vengono abolite, mutate in facoltative o ridimensionate, quasi a voler scientificamente cancellare quanto ci identifica.

In quale Paese si sarebbero espunti dai programmi tutti gli autori e i poeti meridionali, inclusi i premi Nobel come Salvatore Quasimodo e Grazia Deledda? E l’Italia è stata definita (per esempio da Steve Bannon) il laboratorio mondiale per la distruzione degli Stati nazionali.

Se questo si vuole, la prima cosa da fare è amputare un popolo della sua memoria, delle specificità che lo rendono riconoscibile a se stesso e agli altri come “nazione”. Non si può distruggere un Paese senza prima distruggere la sua coscienza di essere tale; e quella coscienza viene dalla storia e dalla scuola. Scorrendo le pagine di questo libro, ti accorgi di quante cose abbiamo fatto passare e dimenticato. Stefano D’Errico non risparmia nessuno (che delusione i sindacati “ufficiali”); la lettura dell’opera di demolizione sfianca, deprime, ma suscita la sana voglia di reagire che è andata persa in questi anni. I docenti italiani sono i peggio trattati in Europa e fra i peggio trattati al mondo”.

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