Ricevo alcune proposte formulate dall’Associazione nazionale docenti universitari (Andu) relative alla riforma dell’Università a partire dal problema del reclutamento. Tali proposte comportano in sostanza la cancellazione del precariato e l’instaurazione di un ruolo unico della docenza. Anche sulla base della mia personale esperienza ritengo che in effetti sia necessario e urgente, per salvare e rilanciare l’università, il superamento dell’ormai più che vetusto sistema feudale basato sul cosiddetto baronato accademico, che il documento riferito analizza in modo approfondito, sistematico e impietoso.

L’altra faccia di questa indispensabile rifondazione dell’istituzione universitaria è costituita dal rifiuto del numero chiuso alle iscrizioni studentesche, che pure l’Andu esprime con forza. Il contenimento delle iscrizioni all’università equivale in effetti a una negazione del carattere di bene comune che assume l’istruzione superiore. L’angusta visione fatta propria dalla maggioranza del mondo politico, su questo come su altri piani in totale discordanza e scollegamento dalla cittadinanza, vede infatti l’Università come una sorta di appendice dell’economia.

Tale visione, oltre che gravemente fallace per motivi di classe, dato che finisce per assumere il punto di vista del padronato a scapito di quella di altri settori sociali, finisce in sostanza per subordinare quello che dovrebbe essere il settore trainante, costituito appunto dall’università e dalla ricerca, alle attuali e storiche miserie del nostro mondo economico, condannando così alla ripetizione degli errori passati e mutilando ab origine ogni possibile aspirazione a un futuro differente.

Anche le altre rivendicazioni avanzate dall’Andu vanno nella direzione del potenziamento dell’istituzione universitaria, dato che esse prevedono un aumento dei finanziamenti, la gestione democratica al suo interno e l’abolizione di un carrozzone inutile e costoso come l’Anvur, espressione esclusivamente delle frustrate aspirazioni di qualche burocrate eccessivamente pagato alla valutazione delle attività accademiche e di ricerca.

La necessità di un intervento urgente e innovativo che salvi l’università e la ricerca risulta del resto in modo evidente dai numeri – molto deprimenti – relativi alla diminuzione delle iscrizioni degli studenti e dello stesso dissanguamento del corpo docente, come pure dal continuo dilagare del precariato. Il carattere del tutto scoordinato e ideologico delle misure adottate risulta per esempio dall’evidente contraddizione tra imposizione del numero chiuso e insufficienza dei medici a disposizione del Paese. Il tutto in un quadro fortemente regressivo, contrassegnato dalla perdurante subalternità degli interessi pubblici di fronte a quelli privati, esemplificato dalla sottomissione alle scelte di Confindustria.

Problemi analoghi vive del resto il settore della ricerca. Nonostante l’assorbimento di parte dei precari, molti sono ingiustamente restati ai margini. Occorre sperare che il Cnr, nel cui Consiglio d’Amministrazione siede ora il poderoso sindacalista Nicola Fantini, che ha preso il posto del pur ottimo Vito Mocella, possa procedere in tempi brevi, possibilmente entro il mandato del corrente presidente Massimo Inguscio, a un totale risanamento della situazione.

In conclusione, il sistema università-ricerca è davvero strategico per il Paese, ma le forze politiche pare stentino ad avvedersene pienamente. Talune di esse puntano apertamente sull’analfabetizzazione degli italiani e quindi si può capire che del tema non gliene possa fregare meno, come dimostrato anche dal fatto che hanno collocato nel settore soggetti come Mariastella Gelmini o più di recente il leghista Marco Bussetti, che passerà alla storia più che altro per le sue 80 missioni fantasma.

Ma neanche le altre sembrano averne pienamente coscienza. Certamente va salutata in modo positivo la consapevolezza del ministro Lorenzo Fioramonti della necessità di nuovi finanziamenti, ma, come afferma l’Andu, risultano discutibili talune prese di posizione dello stesso Fioramonti relativamente al reclutamento.

Come su altri temi pare oggi necessario coniugare la complessità dell’approccio con la semplicità e radicalità delle soluzioni adottate. In questo senso mi sembra pregevole la proposta ricevuta dall’Andu che si impernia, come accennato, sui temi dell’abolizione del precariato, sul ruolo unico della docenza e sul rilancio e democratizzazione dell’Università. Per avviare la soluzione di annose problematiche di primaria importanza, il cui perdurare pregiudica l’avvenire dell’Italia e dei suoi abitanti, sempre più condannati a un ruolo ancillare nella divisione internazionale del lavoro e nella produzione scientifica e culturale, nonostante l’esistenza di un tessuto ancora pregevole e importante in materia.

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