Mentre la Russia invia altri 300 agenti della polizia militare in Siria per “compiti speciali” nella fascia di 30 chilometri lungo il confine con la Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdoğan alza di nuovo la posta in gioco, mettendo a rischio la nuova già fragile tregua di 150 ore per permettere alle milizie curde di abbandonare le proprie postazioni nel nord-est siriano. Il Sultano ha dichiarato che il suo governo sta valutando la possibilità di far entrare le truppe a Kobane, città simbolo della resistenza curda allo Stato Islamico, e ha poi chiesto al presidente americano, Donald Trump, di consegnarli il comandante delle Syrian Democratic Forces (Sdf) Ferhat Abdi Sahin, meglio conosciuto come Mazloum Kobane, che proprio con il tycoon ha mantenuto contatti per arrivare al cessate il fuoco nel Rojava. Intanto, Amnesty International accusa Ankara: “Rifugiati costretti a tornare in Siria con la forza”.

In un’intervista alla tv di stato turca Trt, il leader dell’AkParti ha dichiarato che la Turchia “prenderà una decisione in base agli sviluppi” sulla sua presenza militare a Kobane, sostenendo che gli Stati Uniti stanno cercando di convincere Ankara a non entrarvi, mentre i russi stanno spingendo nella direzione opposta. A Manbij, altra località siriana strategica a ovest del fiume Eufrate, il governo ha già stabilito di creare una postazione di osservazione militare. Poi si è rivolto direttamente a Trump quando gli ha chiesto di consegnargli Mazloum Kobane, “ricercato dall’Interpol” e che Ankara considera un “terrorista”.

Ma Erdoğan finisce nel mirino delle organizzazioni in favore dei diritti umani. Amnesty sostiene che, nei mesi che hanno preceduto l’offensiva militare nel nordest della Siria e prima del tentativo di creare la cosiddetta zona di sicurezza oltre i suoi confini, la Turchia ha rimpatriato forzatamente rifugiati siriani. A sostegno della tesi, l’organizzazione riporta i colloqui con alcune delle vittime che hanno denunciato di essere stati picchiati o minacciati dalla polizia turca affinché firmassero documenti in cui attestavano di aver chiesto di tornare in Siria. “In realtà – sostiene la ong -, le autorità turche li hanno costretti a tornare in una zona di guerra e hanno posto le loro vite in grave pericolo”.

L’obiettivo dichiarato del presidente della Turchia, per raggiungere il quale il governo ha più volte minacciato i Paesi dell’Unione europea di essere pronto a riaprire le porte della rotta balcanica ai 3,6 milioni di sfollati siriani accolti nel Paese, è quello di trasferire tre milioni di loro, un milione subito e due successivamente, nella cosiddetta zona di sicurezza al confine dei due Paesi. Una decisione che, se messa in atto, si trasformerebbe in un’operazione di sostituzione etnica, visto che in quelle aree la maggior parte della popolazione è curda, mentre gli sfollati provengono in soprattutto dalle aree a prevalenza araba.

“L’affermazione della Turchia secondo la quale i rifugiati siriani stanno scegliendo di tornare indietro in mezzo al conflitto è pericolosa e disonesta. La nostra ricerca mostra che queste persone sono state ingannate o obbligate a tornare in Siria”, ha dichiarato Anna Shea, ricercatrice di Amnesty International sui diritti dei migranti e dei rifugiati. “La Turchia merita apprezzamento per aver dato ospitalità a oltre 3,6 milioni di siriani negli ultimi otto anni, ma non può usare la sua generosità come una scusa per violare le norme nazionali e internazionali eseguendo rimpatri in una zona di conflitto”.

In assenza di statistiche ufficiali, stimare il numero delle persone rimpatriate a forza è ancora difficile. Ma sulla base di decine di interviste realizzate tra luglio e ottobre del 2019, l’organizzazione ritiene che negli ultimi mesi i rimpatri siano stati centinaia. Le autorità turche parlano di un totale di 315.000 persone tornate in Siria in modo del tutto volontario, ma Amnesty International “ricorda che rimpatriare rifugiati siriani è un’azione illegale che li espone a gravi rischi di subire violazioni dei diritti umani. L’accordo tra Turchia e Russia dei giorni scorsi fa riferimento al ‘ritorno volontario e sicuro’ dei rifugiati in una cosiddetta zona sicura ancora da realizzare. La cosa agghiacciante è che i rimpatri ci sono già stati e in modo né sicuro né volontario. Ora altri milioni di rifugiati siriani sono a rischio”.

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