L’ergastolo “ostativo”, anche quando applicato ai mafiosi, non piace. In Europa come in Italia. Dopo la Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), tocca infatti alla nostra Consulta. Ora, se nel caso della prima si poteva pensare che i giudici sapessero poco o nulla della realtà della mafia, la stessa cosa non può dirsi a cuor leggero quando si tratta di giudici italiani, che la storia della mafia e delle sue atroci efferatezze dovrebbero appunto conoscerla. Tant’è che la Cedu ha deciso praticamente all’unanimità con un solo dissenziente; mentre nella Consulta (Giovanni Bianconi sul Corriere della sera del 24 ottobre) ad imporsi sarebbe stata una risicata maggioranza di otto contro sette. Cedu e Consulta si differenziano perché la prima ha cancellato l’ostatività dell’ergastolo per i mafiosi rispetto a qualunque beneficio, mentre la seconda ha sentenziato solo con riferimento ai permessi premio. Nella sostanza peraltro valgono in un caso come nell’altro le stesse considerazioni.

Poiché la pena deve tendere alla rieducazione del condannato (art.27 Cost.), ne discende che in linea di principio anche l’ergastolo può essere temperato concedendo alcuni benefici. Ma ciò ha un senso solo quando si tratta di condannati che mostrano di volersi reinserire o almeno fanno sperare che prima o poi ci proveranno. Non è assolutamente il caso dei mafiosi “irriducibili”, che cioè non si sono pentiti. I mafiosi, infatti, giurano fedeltà perpetua all’associazione; e chi non si pente conserva lo status di “uomo d’onore” fino alla morte. Questa “identità mafiosa” è ontologicamente incompatibile con ogni prospettiva di recupero, salvo che il mafioso – pentendosi – dimostri concretamente di voler disertare dall’organizzazione criminale, cessando di esserne strutturalmente parte. Incompatibile per il “semplice” fatto che il mafioso non pentito continua ad essere convinto di appartenere ad una “razza” speciale, nella quale rientrano soltanto coloro che sono davvero uomini (“d’onore”). Tutti gli altri, quelli del mondo esterno, non sono uomini ma individui da assoggettare, non persone ma oggetti, esseri disumanizzati.

Chi ricorda questi dati viene allegramente tacciato di esser giustizialista, manettaro, forcaiolo e fascista. Insulti a parte, non si tratta di indulgere a logiche vendicative ispirate al “cattivismo”. Sono riflessioni basate sulla facile previsione che i permessi premio apriranno anche ai mafiosi “irriducibili” spazi di libertà dei quali molti finirebbero per approfittare, rientrando in un modo o nell’altro nel mondo delle attività criminali mafiose (droga, pizzo, gioco d’azzardo…). Una falla nell’antimafia. Un lusso che non ci possiamo permettere.

Si obietta che gli ergastolani per delitti di mafia non sarebbero liberi di scegliere di collaborare perché metterebbero in pericolo l’incolumità propria e dei loro familiari. Ma l’obiezione urta contro la constatazione che ormai da anni lo Stato italiano ha dimostrato coi fatti di essere in grado di proteggere migliaia di pentiti con le relative famiglie.

Altra obiezione è che la Consulta non stabilisce alcun automatismo, perché dovrà pur sempre esserci un giudice a decidere caso per caso. E’ vero, ma senza “pentimento” al giudice mancheranno segni esteriori, concreti e significativi, della possibilità di un effettivo distacco dal clan con conseguenti prospettive di recupero. Soltanto Alice nel paese delle meraviglie potrebbe fidarsi del mafioso che rivendica come titolo valutativo quello di essere stato un detenuto modello, perché il rispetto formale dei regolamenti carcerari non equivale a un inizio di resipiscenza: è infatti una regola del “codice mafioso” da osservare scrupolosamente. Sicché le decisioni del magistrato di sorveglianza finiranno per essere una sorta di scommessa o di azzardo surreale, con fortissimi rischi di sovraesposizione personale.

Va poi osservato che ci sono anche le vittime dei delitti di mafia (familiari ovviamente compresi), i cui diritti non sono da meno di quelli dei mafiosi detenuti. Che in ogni caso vanno sempre bilanciati con le esigenze di tutela della collettività, messe gravemente a rischio proprio dal crimine organizzato di stampo mafioso.

Infine, la Costituzione per i mafiosi equivale – come dire – ad un paio di ciabatte da usare solo quando servono. Essa invece è un insieme di valori fondamentali che vanno accettati e rispettati. Tutti e sempre, non solo un frammento e non solo quando fa comodo. Per contro, della Costituzione i mafiosi non accettano neanche mezza virgola. Non dimentichiamolo.

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Peter Gomez

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