E’ l’ultima creatura di Marco Demarco, dal lunghisssssimo curriculum: fondatore con Paolo Mieli del Corriere del Mezzogiorno che ha diretto per un oltre un decennio, ex vicedirettore dell’Unità. Ma adesso molto critico anche nei confronti del Pd, nuova sponda. Direttore della Scuola di Giornalismo dell’Università di Suor Orsola. Mentore dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità. Saggista rigoroso e editorialista spacca/opinioni del Corriere della Sera. Anti/bassoliniano ma non per questo deluchiano. Uno dei pochi rimasti che pensa con la sua testa. E pensa anche bene. Convinto dell’utilità di un’autocritica meridionale, i suoi libri (ne ha scritti svariati) oscillano tra orgoglio “sudista” e pregiudizio “nordista” di comodo. Non solo parole, ma anche note di neapolitan jazz, di cui è un cultore. Prima della Napoli brandizzata ha intuito il potenziale di questa città adesso in pieno neo/rinascimento culturale anche grazie all’assessore/filosofo Nino Daniele.

Ma lo sfruttamento del brand Napoli è in agguato. Da qui il titolo del denso saggio (che però è anche un po’ romanzo d’avventura) Naploitation. Sottotitolo: Napoli, la tradizione e l’innovazione. Appena uscito per Guida, casa editrice di nicchia e di intelletto/chic nel panorama effervescente napoletano. Naploitation è una parola macedonia, fatta mettendone insieme due: Naples (e fin qui…) + exploitation (sfruttamento). Neologismo che gli americani usano per indicare lo sfruttamento mediatico.

La domanda che Demarco pone a Enzo D’Errico, direttore del Corriere del Mezzogiorno (alla presentazione domani ore 18 alla Feltrinelli di Piazza Dei Martiri a Napoli) è: può la naploitation diventare una smart strategia politico-mediatica? Può stare a Napoli come la blaxploitation sta a Rihanna? (Rihanna è la cantante che grazie alla sua “nerità” è diventata una celebrità assoluta). Il tema è questo. Portatori sani di napoletanità, come valore e non come nota folk. Tema su cui ha lavorato per tutta una vita Luciano De Crescenzo. Il quale ha cercato l’essenza di Napoli proprio nello stereotipo. Ma guardandolo negli occhi è riuscito a non rimanerne pietrificato. Una città con un piede nell’antica Grecia dei filosofi e l’altro — come gli piaceva dire — in “un progresso che sa chiedere permesso”. Un libro quello di Demarco che è un pugno ma anche una carezza a questa città. E viene voglia di andare a rivedersi subito: Così parlò Bellavista dove il Professore immaginava una città dove potessero convivere gli opposti, l’uomo d’amore (l’indigeno) e l’uomo di libertà (il forestiero milanese), lui e Cazzaniga.

Demarco offre una terza via alla Naploitation. Da città invisibile (intesa alla Calvino), dall’urlo di disperazione di Eduardo “fujetevenne” allo sdoganamento della napoletanità che però dipende molto dal contesto. Finché Napoli resta immobile, con i cantieri fermi e le periferie desolate, ogni discorso rischia di apparire pretestuoso.

Ma se tutto si mette in moto, il contesto è vivo. Mai come adesso ci vorrebbe una bussola per orientarsi nel flusso della produzione culturale: centinaia di set in giro per città e periferie, festival, passeggiate musicali, il Madre che inaugura due mostre al giorno… Tutto questo si traduce in opportunità per i nostri giovani disoccupati. Ma non manca una pungente ironia: “Oggi la napoletanità non è più una trappola. Vabè, ma se l’autobus non passa…”.

P.S. In fondo sono grata a Marco che non mi assunse al Corriere del Mezzogiorno. Altrimenti adesso non scriverei di Fatto.

instagram januaria_piromallo

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