Il disagio mentale è in aumento in Italia: lo dice il Focus sul Disagio Mentale dell’Osservatorio nazionale per la Salute nelle regioni del Policlinico universitario Gemelli Irccs di Roma. Secondo le analisi, contribuiscono a questo fenomeno l’invecchiamento della popolazione e le condizioni socio-economiche sempre più precarie. È un disagio che prende soprattutto la forma di disturbi depressivi, con ricadute importanti sulla società, sulle famiglie e sul servizio sanitario.

Siamo in un periodo di riscoperta dell’importanza del piano psicologico e della sofferenza psichica: spesso accade di riconoscere la matrice depressiva in un disturbo fisico. Il disagio mentale è riscontrato e diffuso nella popolazione comune ed è un segno di una reazione a condizioni generali di vita, oltre che a storie personali difficili.

La depressione, intesa come un’alterazione dell’umore verso forme di profonda tristezza (con sentimenti di inutilità, di perdita di interesse, di negatività, di colpa, dove l’attività si riduce, l’autostima si abbassa e c’è incapacità di provare piacere), è a volte una reazione comune a eventi dolorosi della vita: separazioni, perdite, delusioni, mancato raggiungimento di obiettivi o presa di consapevolezza di un proprio limite.

Le si riconosce una funzione evolutiva perché permette di elaborare quello che è accaduto e cosa l’ha innescata e di risolverlo nel tempo attraverso il ritiro in se stessi: spesso infatti la persona depressa si isola. Allontanarsi dal mondo e ripiegare su se stessi è la soluzione naturale a questo stato d’animo, è una forma di auto-aiuto, un modo fisiologico di rigenerarsi di ritrovare in sé la soluzione. Secondo il Focus le donne sono più colpite: sembra che quelle con disturbo depressivo siano quasi il doppio degli uomini tra gli utenti dei servizi specialistici per la salute mentale. Va comunque considerato che tradizionalmente le donne manifestano più apertamente il disagio (nella forma sopra descritta), ne hanno di solito più consapevolezza e inoltrano maggior richieste di aiuto.

Ancora secondo il Focus i disturbi depressivi sono quasi il doppio più frequenti tra chi ha un basso livello di istruzione e basso reddito. Per quel che si capisce però, i dati si riferiscono all’affluenza ai servizi sanitari pubblici e perciò non tengono conto di tutto il settore privato a cui affluiscono, probabilmente, le richieste di aiuto di chi ha più risorse economiche. Secondo l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) infatti, la depressione non conosce distinzioni di tipo socioeconomico, ma colpisce indistintamente tutti. Se la depressione colpisce tutti i ceti sociali, evidentemente è poi diverso il modo in cui si manifesta e in cui viene ricercata la soluzione a seconda delle possibilità economiche: nel privato appunto per chi a più possibilità, nel pubblico per chi ne ha meno.

Infine il lavoro: è innegabile che la condizione di disoccupazione sia un elemento penalizzante: il lavoro è uno dei pilastri dell’identità personale e perderlo o non riuscire a trovarlo è un problema non solo economico, ma che va a riverberare sul proprio senso di sé. Essere disoccupati significa perdere di definizione, di potere, avere meno punti di riferimento. Sentimenti di esclusione, incapacità e inadeguatezza personali sono frequenti. Quella che chiamiamo depressione ha spesso questi contenuti.

I risultati dell’indagine sono probabilmente da considerare in modo critico, ma rappresentano la maggior attenzione attuale alla sofferenza psichica e agli investimenti che è meglio fare per affrontarla e per migliorare la qualità della vita. Secondo l’Oms, la depressione sta diventando la causa principale di disabilità e di morte, perciò è giusto che sia una priorità.

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