Con la riforma in chiave austerity, che aumenta i costi del carburante togliendo gli incentivi e abbassa le tutele sul lavoro riducendo i finanziamenti, Lenin Moreno – il successore di Rafael Correa al timone dell’Ecuador e appartenente al medesimo partito, Alianza País – abiura in maniera pressoché definitiva i principi della Revolución Ciudadana, ritornando alla dottrina neoliberista che Correa aveva contrastato con successo durante gli anni dei suo governo. E i tumulti di protesta esplodono sia a Quito, la capitale, che a Guayaquil, la città più grande.

Un percorso lungo nove anni

Nel corso dei suoi tre mandati (2007-2016) Correa era riuscito ad abbassare il tasso di povertà ecuadoriano dal 37% al 22,5%. Motore principale di tale successo è stato il denaro scaturito dalle royalties collegate all’estrazione del greggio, il cui controllo passò di mano dagli Stati Uniti alla Repubblica Popolare cinese. Non solo: la tassa di successione sulle eredità consistenti e i contributi obbligatori da parte delle banche al Bono de Desarrollo Humano – soprattutto a favore delle pensioni di cittadini a basso reddito che sono circa due milioni in Ecuador – contribuirono notevolmente al calo dell’indigenza nel Paese.

Tali prelievi erano assicurati da una tassazione sui servizi venduti alla clientela quali prestiti, mutui e acquisto di strumenti finanziari. La visione socialista di Correa era basata su uno Stato centrale che sfrutta parte del Pib (Producto interior bruto, il nostro Pil) per programmi di bene pubblico, soprattutto mirati al sistema sanitario e educativo, fondendosi pragmaticamente con il mantenimento di un’imprenditoria privata che promuova il piccolo business familiare e cooperativo, monitorando gli investimenti dall’estero e limitando l’accesso alle multinazionali.

Non bisogna dimenticare poi che nella fase finale di tale programma economico le tutele si estesero, venendo incontro alle esigenze di donne single con figli a carico e delle amas de casa, le casalinghe. Categorie trascurate, prima di allora, a causa soprattutto del sempiterno machismo sudamericano.

2017-2019: smantellamento dello Stato sociale

Tuttavia l’ex presidente non è esente da colpe: la dipendenza eccessiva dal petrolio causò una crisi economica quando i prezzi del greggio crollarono a livello internazionale. Inoltre, il monopolio cinese dell’estrazione, con l’emissione di prestiti miliardari sotto forma di pagamenti anticipati di royalties, finì per condizionare la politica governativa, imponendo una precarizzazione dei lavoratori del settore e una riduzione degli aumenti salariali che oggi con Moreno si è consolidata, a fronte di un aumento vertiginoso del costo della vita. Il disastroso terremoto del 2016 contribuì notevolmente a questa escalation negativa.

Moreno salì al potere vincendo di misura le elezioni di aprile 2017 sul candidato dell’opposizione, il banchiere Guillermo Lasso. Correa intanto si era già ritirato dalla politica attiva, andando a vivere in Belgio. La prima pugnalata alle spalle dal suo vice (Moreno era stato difatti vicepresidente) la subì sotto forma di mandato di estradizione, emesso dalla procura di Quito per un presunto tentativo di sequestro in Colombia ai danni di un rivale. L’Interpol però respinse la richiesta.

Il tradimento più grande fu perpetrato nel campo prettamente sociale: l’aumento del salario minimo venne ridotto da 25 a soli 11 dollari nel 2018, mentre quest’anno è sceso addirittura a otto. La ferita più sanguinosa inferta all’oficialismo dell’ex presidente è comunque la rinnovata sottomissione agli Usa; iniziata con l’arresto di Julian Assange all’interno dell’ambasciata ecuadoriana a Londra, fino al ritorno del paese nell’ottica economica del Fmi (Fondo monetario internazionale), concretizzata dalla promessa di un mega-prestito di oltre quattro miliardi subordinato però all’aumento del costo della benzina (che è passata da 1,85 a 2,40 dollari al gallone) e a una riforma del lavoro oltremodo penalizzante.

Senza contare che l’emissione di bond ha già decuplicato gli interessi passivi sul debito pubblico. Tutte misure che Correa aveva abolito durante i suoi mandati. Il brillante risultato ottenuto è di aver stretto così la nazione andina nella morsa del nuovo debito contratto con Fmi, oltre alla restituzione dei prestiti cinesi in scadenza.

Conclusioni

El salario básico (il salario minimo) in Ecuador è 394 dollari mensili. Gli aumenti hanno inciso meno del 5%, mentre i prezzi sono lievitati oltre il 50% dai tempi di Correa. Se Moreno continua a smontare l’impianto welfare costruito dal suo predecessore, che ha garantito servizi gratuiti al cittadino – l’accesso al sistema sanitario è gratis anche per gli stranieri, caso unico nel continente americano – le proteste che hanno già messo a ferro e fuoco le città principali potrebbero avere conseguenze nefaste.

Da sottolineare che la stampa locale più autorevole si era accanita su Correa accusandolo di autoritarismo: contraddetta però dalla realtà di elezioni sempre trasparenti e dalla libera circolazione dei giornali di opposizione. Adesso invece vige uno stato di emergenza che porta a repressioni violente e arresti in serie, fatti mai rilevati prima da me durante i lunghi periodi che ho trascorso nel Paese.

Così facendo Lenin Moreno rischia di percorrere la stessa china che ha visto Mauricio Macrì in Argentina scendere dal piedistallo di eroe nazionale per salire sul poco ambito podio del politico più impopolare. L’Ecuador è paralizzato da uno sciopero nazionale, organizzato da Conaie (Confederazione nazionale indigeni Ecuador) e i sindacati, sempre a causa dell’aumento dei prezzi di benzina e diesel e della cancellazione dei sussidi energetici.

Gli scontri tra polizia e dimostranti hanno raggiunto un’intensità tale che Moreno è stato costretto a spostarsi dalla capitale Quito a Guayaquil. Il palazzo presidenziale è sotto assedio, anche se le barricate attorno sono state rimosse

(Copyright di Flavio Bacchetta – foto e testo)

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