All’ultimo grande Friday for future s’è presentato anche il sindaco di Milano Beppe Sala: centinaia di selfie e di foto lo ritraggono sorridente tra i ragazzi della generazione Greta. E’ il patron di una città in grande spolvero, economicamente ma anche letteralmente: per citare un solo dato, nel 2019 sono stati registrati 83 giorni oltre i limiti di pm10, anche se ne sarebbero consentiti dalle Ue solo 35. Perciò ora Sala si concentra sul greenwashing della sua stessa immagine, e a tal fine si è persino attribuito le nuove deleghe alla “transizione ambientale”, sic.

Deve anche far dimenticare il bilancio ecologico della sua Expo, quanto consumo di suolo ha promosso (circa un milione di metri quadrati cementificati su terreni un tempo agricoli, solo per l’area di Rho), quanto asfalto per il traffico ha avallato, quanto inquinamento nelle falde acquifere e via elencando. Per non dire di quel che è – stata, è e sarà – la sua Milano tutta eventi, fiere e distrut-turismo, gentrificazione invece di nuovi parchi (vedi il caso degli ex scali ferroviari), con il clou delle Olimpiadi invernali 2026.

Ma anche volendo prendere per buona la conversione al verde del sindaco, viene da chiedersi perché cinque giorni prima di cogliere le photo-opp del venerdì coi ragazzi di Greta non ha voluto adeguatamente festeggiare, con una chiusura al traffico automobilistico, la domenica del World car free Day, nonostante gli impegni presi con le associazioni di Bicimilano. E, soprattutto, a proposito di bici e di mobilità dolce, perché Sala non si è ancora davvero impegnato a fondo sulla promozione delle due ruote e sulla rieducazione stradale dei milanesi? E dire che la sua splendente gestione s’offusca con quel secco 65esimo posto di Milano nella classifica delle città più amate dai ciclisti.

Del resto, provate a fare un giro in cerca delle piste ciclabili. Sono una sorta di giungla e di cantiere perenne, spariscono a sorpresa persino nelle zone di recente urbanizzazione come la Bicocca (e dire che, a proposito di blandizie nei confronti dei giovani, le università dovrebbero essere mete ciclabili per eccellenza). Lungo la circonvallazione più centrale, per fare ancora un esempio, pedalare dentro quella strisciolina ciclabile indivisa dalla strada è come giocare alla roulette russa, soprattutto per la prepotenza di tanti motociclisti: e mai che nessuno abbia visto un vigile elevare una contravvenzione in proposito. Sui Navigli stessi, oltre la cerchia, anche dove la linea di divisione tra pedoni e pedalatori è tracciata sull’asfalto, non la rispetta nessuno, dato che i controlli sono inesistenti.

Il traffico infernale e questa incuria sui percorsi della mobilità dolce producono persino una sorta di guerra tra soggetti più deboli: il ciclista anziano che maledice il coetaneo che va in giro con il cane a guinzaglio elastico sguainato, l’hipster sullo scatto fisso che impreca contro la mamma con il passeggino per la ciclabile. Ora, spesso chi usa le bici, magari per lavoro come i rider, è alquanto invadente e maleducato sui marciapiedi, ma anche questo in definitiva dovrebbe essere un problema da affrontare in sede di “transizione ambientale”, con campagne di rieducazione e un adeguato impegno di vigilanza. In giro ci sono già una marea di ausiliari della sosta, che producono una media di 362 multe all’ora, con il risultato di riempire le casse del Comune: non si potrebbe pensare a un piccolo corpo di “ausiliari della ciclabilità”?

Un altro punto chiave su cui mettere alla prova il nuovo Green-Sala è il bike-sharing: di recente la società che fornisce il servizio pubblico attraverso una convenzione con Atm è stata pesantemente multata (250mila euro, e speriamo che qualche whistleblower ci dica se verrà corrisposta per davvero) per l’inadeguatezza anche della manutenzione del parco bici. Era ora, se ne trova una decente ogni venti noleggi: forse tanto valeva cambiare.

Curiosamente, mentre a Londra si pedala con l’inglese Bch e a Parigi con la francese Vélib’, nella fu capitale morale d’Italia il bike-sharing è stato appaltato a Clear Channel, che fa capo a una multinazionale pubblicitaria americana, specializzata nel cosiddetto Out-of-home (una volta si diceva “esterna”). Correva l’anno 2008, epoca d’oro neo-berlusconiana, sindaco Letizia Moratti. I tempi sono cambiati, ma siamo sempre alla Milano da bere: chi vuole pedalare due ruote con lo stemma del comune di Milano si becca sempre le stesse bici, dove convivono, nonostante Donald Trump, le “cinesate” da quattro soldi – ma di un considerevole scomodo peso – con le americanate delle réclame e del gestore.

Lasciamo poi stare, per non continuare con le lamentele, il disservizio relativo a riconsegne e tempi: la mezz’ora gratuita per gli abbonati termina al compimento del 59esimo secondo del minuto 29, quindi dal 30esimo minuto scatta la penalità senza nemmeno un minimo margine di tolleranza, nonostante spesso, in centro, negli orari di punta, gli stalli dove parcheggiare siano al completo…

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