All’ultimo Salone del Design di Milano tante aziende ostentavano afflati ecologisti per sembrare in sintonia con la sensibilità del momento. Bene, bravi, bis: ma non così. Con più di mezzo milione di persone che arrivano da 166 Paesi di tutti i continenti, il Salone provoca una quantità di inquinamento che, se la speculazione finanziaria sulle quote di Co2 non fosse già alle stelle per via della Brexit, potrebbe persino far impennare questo assurdo mercato delle commodities da fine del mondo.

Oltre agli spostamenti da fuori, c’è l’impatto di quelli in più dentro Milano, decine e decine di migliaia che s’aggiungono a quel milione di auto al giorno che assediano la città. E’ pur vero che per ognuno dei sei giorni sui mezzi pubblici vengono contati circa otto milioni di passaggi; ma espositori e addetti ai lavori (pensate solo al “catering” di cibi e bevande per i 1343 eventi ufficiali registrati al Fuorisalone), nonché tanti visitatori, purtroppo, si muovono freneticamente tra le vie con mezzi privati, camioncini, pullman, taxi, auto a noleggio, perlopiù altamente inquinanti. Per fare solo un esempio anonimo: la Tal ditta che raccoglie due marchi italiani tra i più noti e d’alta gamma, con splendidi showrooms in due diverse zone del centro, offriva gratuitamente un servizio navetta su grandi van neri, motorizzati con potenti diesel, della casa automobilistica tedesca nota per aver taroccato le marmitte catalitiche.

E come se non bastasse la puzza fetida del traffico impazzito, durante la Design week 2019 purtroppo si annusava anche l’aria di tendenza del cosiddetto “marketing olfattivo”. Quantità industriali di essenze artificiali venivano sparate intorno e dentro tantissimi stand e allestimenti, peggio che nei bancomat della prima banca italiana. E non si trattava solo dei classici deodoranti ambientali, o airfresheners, ma di miscele appositamente studiate: si andava dal celebre marchio svizzero del lusso che vanta d’aver usato il profumo naturale umbro “pioggia nella foreste” – altro che lo spray da toilette senza finestra! – al mobilificio che si rivolge allo specialista di diffusori da grandi ambienti, in modo che – si legge in brochure – “il profumo diventi veicolo di attrazione e di emozione per chi si avvicina, spingendolo inconsciamente a trascorrere maggior tempo presso lo stand perché messo a proprio agio dalla diffusione di oli essenziali” (sic!).

Per i danni alla salute del marketing olfattivo si rimanda agli studi scientifici, sintetizzati così semplicemente sul sito del nostro ministero della Salute: “I deodoranti per ambienti possono rilasciare nell’aria sostanze organiche volatili, fra le quali ve ne sono alcune i cui effetti dannosi sono noti come irritanti per occhi, naso, gola, allergizzanti se inalati o addirittura sospettate di cancerogenicità, mentre per altre sostanze gli effetti sono ancora sconosciuti”.

Sarà stata pure tanto “eco”, la Milano del Design 2019, e bellissima: peccato che piovesse chimica per le emissioni letali da voli e viaggi, lo smog da traffico impazzito, gli effluvi artificiali da deodoranti ambientali. Non parliamo poi neppure degli sprechi, o della quantità di plastica e di rifiuti inquinanti che vengono sparsi per la città. Chi organizza un Salone “così chic”, e/o chi guida la Capitale Morale “così cool”, se non riesce nemmeno a limitare l’impatto dei diesel figurarsi se si è sognato di rendere obbligatoria una borraccia ecologica e dei distributori d’acqua. Eppure sarebbe stata una scelta così “chic&cool”, in linea con lo stile dei “design addicted” che hanno reso unica e ambitissima questa manifestazione. Invece, con l’aria che si respira in giorni come questi, anche dei “design addicted” rischia di restare solo l’acronimo, “de-ad”, purtroppo senza trattino. A meno che non impariamo tutti a viaggiare leggeri.

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