Bologna, città famosa in tutto il mondo per gli “spaghetti alla bolognese”, volano del turismo felsineo. Pensate che ogni anno qui nel capoluogo emiliano arrivano frotte di turisti che, oltre alla “bologna” – che negli Stati Uniti è la mortadella – vogliono assolutamente assaggiare questa prelibatezza. Non desiderano altro. Altro? Altro.

Bologna, la città delle tre T: torri, tette e tortellini. Altroché gli spaghetti alla bolognese. Altroché la “bologna”. I tortellini sono una figata e guai a dire a un bolognese che ti piace mangiarli conditi con la panna! Il pacioccone ti maledirà immediatamente, ti correggerà, ti darà del blasfemo e ti dirà che i tortellini si mangiano solo in brodo, che sua nonna li fa buonissimi, che non ci sono più i tortellini di una volta, che i tortellini vanno preparati a mano e che quelli “comperi” fanno schifo e mi raccomando, se ti piacciono pure i tortellini al ragù, è meglio che tu non lo dica al bolognese talebano dell’alimentazione che su queste cose non si scherza.

E poi a Bologna c’è Zuppi, monsignor Zuppi, l’arcivescovo di Bologna. Un tipo veramente figo. No, non figo alla Brad Pitt (assomiglia vagamente a Montgomery Burns dei Simpson), ma perché è un tipo alla mano e di ‘sti tempi è molto difficile trovare arcivescovi alla mano. Tu vai in giro per il centro di Bologna e ogni mattina lo puoi incontrare che sta passeggiando proprio come te uomo/donna della strada e puoi tranquillamente dirgli “Bella Zuppi!” e lui con la mano ti darà un cinque e ti benedirà.

A Zuppi piace stare tra la gente, sia ricchi che poveri, è un tipo da “balotta” come si dice qui a Bologna e gli piace mangiare. Molto. Lui arriva, dà dei cinque e delle benedizioni a tutti, poi si siede a tavola con gli uomini e le donne della strada e condivide con loro il proprio tempo e il proprio desco, poi dice “Vabè, si è fatta una certa. Ciao regaz” e se ne torna a casa camminando leggero e soddisfatto di sé.

Da arcivescovo della strada, Zuppi sa bene come stanno le cose, ha il polso della situazione e desidera una Bologna d’amore (sì, desidera un mondo d’amore, ma partiamo dalle piccole cose, partiamo dalle periferie), una Bologna “picipoci” dove tutti si vogliono bene e dove tutti possano sedersi attorno a una tavola imbandita e mangiare serenamente insieme.

Detto così sembra facile, ma nel 2019 non c’è niente di più difficile che mangiare insieme e trovare qualcosa che vada bene a tutti. E’ il bello della “rottura di cazzo” della diversità. Quante volte vi siete trovati a tavola con delle persone e arriva quello che è allergico al glutine, quell’altro che non vuole lo zucchero, il vegetariano, il carniano, il vegano, l’acquifero, l’intollerante alle barbabietole e via dicendo. Insomma un gran casino accontentare tutti e questo Zuppi lo sa.

Strafregandosene dei vegani e dei vegetariani, venendo subito al sodo, ovvero “cattolici” e “islamici”, Zuppi salì sull’altare, prese fra le mani un tortellino e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiatene tutti, per la festa di San Petronio, il patrono di Bologna, vi voglio vedere tutti insieme a mangiare dei tortellini, ma col ripieno di pollo”.

Novanta minuti di applausi, sfogline in visibilio, città entusiasta, voli Ryanair strapieni di persone provenienti da tutto il mondo che vogliono venire a Bologna a mangiare tortellini di pollo cantando insieme “We are the world, we are the chickens”.

E invece no. Subito polemiche. Subito finito tutto in caciara (che in italiano significa, metterla in “politica”). Subito a parlare di attacco alle tradizioni, subito a sbraitare “ma dove andremo a finire”, “Bologna non è più la Bologna di una volta” indossando le magliette “Je suis Tortellino”.

Che disastro, ma c’è poco da fare, il benessere è fatto così: un arcivescovo per rendere pop un argomento spinoso come l’integrazione si inventa una cazzata al volo e subito qualcuno col paraocchi trova da dire. Come al solito ogni occasione è buona per litigare, ennesimo funerale dell’ironia, che peccato.

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