L’attitudine di accreditati commentatori della politica a mistificare i termini dell’attuale questione “governo all’avvio” raggiunge livelli da teatro dell’assurdo.

Ancora venerdì sera, ospite del talk show di Lilli Gruber, il vice direttore di Huffington Post Alessandro De Angelis, sulla scia dei colleghi di Repubblica e Stampa, con quell’aria da elfo cattivo, spargeva malevolenza a piene mani nei confronti dell’aggregato giallo-rosso; imputandogli “mancanza di anima”. Tesi di rara pretestuosità, considerando che probabilmente la scomparsa nella politica italiana di “grandi anime” (i Calamandrei, i Lussu, i Parri ma anche gli Einaudi o i Terracini e i Pertini) risale al tempo della Costituente. Sicché, proporre un tale metro di giudizio suonerebbe a barzelletta se non celasse un retro-pensiero pregiudiziale: la convinzione che i Cinquestelle siano peggio della Lega trasformata da Matteo Salvini, per cinico/tracotante calcolo elettorale, nel ricettacolo di tutti gli umori incolti ed efferati emersi dalle viscere dell’Italia profonda. Dopo la lunga glaciazione etica (dal crollo della prima Repubblica all’egemonia berlusconiana) con relativo imbastardimento della politica. Da cui consegue, l’avversione nei confronti di Giuseppe Conte; reo di aver fornito una nuova chance ai pentastellati, altrimenti destinati all’estinzione.

Difatti, in un improvviso soprassalto di rigore democraticistico, questi abituali frequentatori del Suq della politica storcono il naso davanti al trasformismo di un premier che ha cambiato maggioranza resettando il repertorio argomentativo; per cui ne denunciano il deficit di credibilità, che doveva essere sanato dall’ordalia di un ritorno al giudizio popolare: l’appello a nuove elezioni.

Sentenza proferita con la gravità contegnosa da antemurali della democrazia da parte di chi conosce benissimo il tasso di inquinamento mediatico dell’opinione pubblica; al servizio delle convenienze dei signori già dell’etere e ora dei social. Aspetto macroscopico nel Paese-banderuola, prima filo-procure e poi anti-giudici, già euro-entusiasta e ora euro-fobico. Ossia il fenomeno diventato mondialmente virale dopo l’entrata in azione degli strumenti di manipolazione di massa, forniti dalle nuove tecnologie computazionali applicate ai cosiddetti Big Data; come dimostrato dai macroscopici condizionamenti a livello subliminale che hanno prodotto gli sconvolgimenti imprevisti nelle presidenziali Usa e nel referendum sulla Brexit.

Insomma, se già alle origini della democrazia il voto era oggetto di condizionamenti pesanti, il problema oggi ha raggiunto livelli tali da rendere una macabra ironia la sua celebrazione come “libera espressione di volontà collettiva”. Non a caso da tempo la scienza politica riflette sulla crisi democratica; sia nella forma rappresentativa, sia nelle presunte scorciatoie definite dirette. Ma questo è un altro discorso.

Tornando ai tentativi di de-legittimazione dell’attuale esperimento governativo, i sedicenti puristi dell’informazione si rendono conto che da svariati mesi era in atto una mastodontica campagna propagandistica per colonizzare la pubblica opinione; creando le condizioni di un micidiale isolamento nazionale? Operazione implosa per i deliri d’onnipotenza agostani di Salvini. Creando quel vuoto subito colmato da una mutazione avvenuta nel profilo pubblico di Conte: se agli albori della sua vicenda si era definito “l’avvocato degli italiani”, in effetti il suo incarico risultava quello di “avvocato sensale” tra i due contraenti del patto di governo giallo-verde.

Oggi gioca la partita in proprio, mutando il ruolo professionale da mediatore a problem-solver. E incassando qualche primo risultato, come un ritrovato rapporto con i partner europei che promette utili esiti. Del resto – va detto – non c’era nessun altro in quella posizione. Sicché si chiede ai “perfettisti” pro elezioni anticipate (e pro Salvini a propria insaputa), in prevalenza romani o romanizzati: mai sentito il proverbio capitolino “il brodo si fa con le ossa che abbiamo”?

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