La “lunata” non si vedeva, perché non segnalata in modo sufficiente dalle luci. Quella scogliera bassa realizzata alla bocca di porto del Lido, per proteggere le strutture del Mose, era praticamente invisibile perfino per la sofisticata strumentazione di bordo, capace di scrutare la notte. È questa l’accusa che l’unico sopravvissuto dell’incidente nautico con tre vittime, avvenuto a Venezia, ha formulato parlando con il pubblico ministero che sta indagando sulle cause che hanno fatto finire contro i massi il velocissimo motoscafo offshore dell’imprenditore-pilota Fabio Buzzi, 76 anni, una leggenda della motonautica italiana.

A parlare è Mario Invernizzi, già campione mondiale, che era a bordo dell’imbarcazione impegnata a superare il record di velocità da Montecarlo a Venezia, una corsa sul pelo dell’acqua per quasi 1.200 miglia durata 18 ore e 50 minuti. Con Buzzi, sono deceduti anche Luca Nicolini e il meccanico olandese Erik Hoorn. Invernizzi è sopravvissuto, perché era in piedi ed è stato sbalzato in acqua. Per gli altri tre non c’è stato scampo. Il motoscafo, che stava procedendo a una velocità di almeno 130 chilometri all’ora ha letteralmente saltato la scogliera. Ai comandi, in quel momento, c’era Buzzi, che pensava di avere imboccato il traguardo.

Invernizzi, in un’intervista al quotidiano Il Gazzettino, ha detto: “Ho visto tutto. Io c’ero, non ho mai perso conoscenza neppure un attimo. Una ferita che non si potrà mai rimarginare, Buzzi era per me come un papà. Sono stato a deporre per un’ora e mezza davanti agli inquirenti, ma è tutto coperto dal segreto istruttorio: credo che da raccontare ci sia poco…”. Quello che aggiunge è però una sintesi di ciò che ha raccontato agli investigatori. “Mi sento di dare un consiglio alle autorità di Venezia: su quella lunata mettete catarifrangenti o luci solari, per far capire che c’è un ostacolo. Con un investimento piccolo si possono salvare vite umane. Quella sera la diga non si vedeva, neanche nel visore notturno. E quelle luci, rossa e verde, ti fanno pensare a una imboccatura di porto, ci vai dritto dentro. È un consiglio che mi sento di dare”. Non hanno visto la scogliera, hanno confuso le scarse luci. “Ma sì, cosa si spenderà a mettere catarifrangenti ogni dieci metri e qualche lucetta per far vedere che c’è un ostacolo di un chilometro? A farla grande, con 10mila euro, diventa un incremento della sicurezza. La situazione così com’è è un attentato potenziale a chiunque. Non è necessario correre, una diga del genere in certe condizioni non si vede. E se uno vede per vari motivi solo le luci, pensa che quella sia l’imboccatura del porto”.

Buzzi era un pilota espertissimo, pluricampione del mondo, costruiva imbarcazioni nel suo cantiere di Lecco. Invernizzi spiega: “Eravamo collegati tra noi con le cuffie. Quando mi sono alzato dal sedile per verificare che le luci che vedevamo fossero quelle della giuria, non ho sentito nessuno urlare in cuffia, come succede quando ci si rende conto di essere in pericolo. Hanno capito che andavano contro la diga solo quando ci siamo andati per davvero. Buzzi, ma anche tutti noi, ha certamente scambiato lo sfondo grigio del visore notturno con la lunata, dello stesso colore. È bassa e il radar non la vedeva. E non diciamo fesserie sull’elettronica. Avevamo così tanta strumentazione sofisticata a bordo che sembrava la plancia di una nave da guerra. Quando ci siamo arrivati addosso io ero girato, per una combinazione che ha fatto sì che non fosse ancora il mio momento. Il tempo di girarmi e mi son trovato sbalzato in acqua”.

E di Buzzi, Invernizzi ricorda: “Se n’è andato l’Enzo Ferrari della motonautica. È morto mentre faceva ciò che gli piaceva, facendo la stessa fine di Ayrton Senna che si schiantò contro un muro. Dopo 25 anni e mille avventure insieme ci davamo ancora del lei: lui mi chiamava Invernizzo e io lo chiamavo Ingegnero. Ma per me era davvero come un papà ed era geniale in tutte le cose che faceva. Nel 2011 il record lo feci io con la mia barca. Nel 2016, poi, eravamo insieme e abbassammo di cinque minuti il tempo fatto segnare da me. Però quella era una barca militare, non mi interessava molto. Stavolta avevamo un barca incredibile, potente, straordinaria. A livello sportivo quel record rimarrà e non lo potrà battere nessuno. Ho fatto tutto l’Adriatico, da Roccella Jonica a Ravenna, a 76 nodi (140 km/h). Dopo, ha voluto prendere il timone lui, voleva fare l’arrivo a Venezia. E mi ha detto: ‘Non si distragga, le ultime miglia sono sempre quelle fatali’”.

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