Un ostello sulla via Francigena, a due passi da un sito archeologico: a Badia Pozzeveri, frazione di Altopascio in provincia di Lucca, è nato l’Hostal Badia, una foresteria accanto all’antica abbazia di San Pietro, ponte ideale tra i pellegrini di oggi e quelli che nei secoli hanno percorso la via che portava a Roma. Una località ricca di storia, sede della prima scuola internazionale d’Italia per lo scavo antropologico di sepolture, dove si studiano le abitudini e lo stile di vita dei nostri antenati: cosa mangiavano, cosa bevevano, di cosa si ammalavano. L’ostello, inaugurato il 7 settembre, è gestito dall’associazione no profit Iniziativa turistica, che aiuta disabili e richiedenti asilo nell’inserimento lavorativo.

“La nostra volontà è valorizzare quest’area in modo permanente – commentano il sindaco Sara D’Ambrosio e l’assessore alla cultura e al turismo, Martina Cagliari – la nuova foresteria della Francigena diventerà a tutti gli effetti un luogo di aggregazione, di sosta e di promozione turistica, storica e culturale”. Dopo l’inizio, il 7 settembre con l’inaugurazione di Hostal Badia, il progetto a lungo termine ora è quello di creare un museo con i resti emersi dagli scavi e poi riuscire a ottenere i fondi necessari per restaurare e riaprire l’antica abbazia. Il monastero camaldolese nel 1325 fu un luogo chiave nella battaglia di Altopascio, in cui si affrontarono i guelfi di Firenze e Siena e i ghibellini lucchesi. Proprio nel monastero l’esercito guelfo stabilì l’accampamento e da lì gestì le operazioni militari. I ghibellini, guidati da Castruccio Castracani, chiesero l’aiuto degli alleati milanesi: pare che per convincere Visconti, Castruccio inviò una generosa somma di fiorini d’oro e le donne più belle di Lucca contando, diciamo così, sulla loro gentile intercessione. Ad ogni buon conto, vinsero i ghibellini, riconquistando Altopascio. Una testimonianza di quella storica battaglia è arrivata fino a noi: un pugnale chiamato baselardo, una piccola spada costituita da un blocco unico di metallo, caratteristica dell’armamento medievale.

Lo scavo di Badia Pozzaveri, organizzato dal comune di Altopascio e dalla divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, è attivo dal 2011 sotto la direzione scientifica del dottor Antonio Fornaciari. Tra i vari reperti emersi in questi nove anni ci sono anche una fornace per la gettata di una campana e un laboratorio per l’attività metallurgica. E ancora, resti di ceramiche provenienti dal nord Africa che svelano un commercio vivace: d’altronde, l’antica abbazia aveva una posizione strategica, vicina al lago di Bientina e alla via Francigena, che portava i pellegrini di tutt’Europa a Roma, fino a Santa Maria di Leuca. Per la sua ricchezza, il sito ospita due importanti realtà accademiche: il master in Antropologia scheletrica, forense e paleopatologia, promosso dalle Università di Bologna, Milano e Pisa e la “Fieldschool Pozzeveri in Medieval Archaeology and Bioarchaeology” gestita dall’Università di Pisa e dall’Istituto di ricerca archeologica e bioarcheologica di Columbus in Ohio, che richiama ogni anno studenti provenienti da tutto il mondo, interessati ad apprendere le tecniche di studio di antichi resti umani.

Ma l’area archeologica di Badia Pozzeveri è anche una delle necropoli più interessanti d’Europa: le sepolture stratificate nei secoli hanno rivelato molte informazioni sulle popolazioni che hanno vissuto lì da prima dell’anno Mille fino all’Ottocento. “Grazie alla continuità dell’uso cimiteriale dell’area circostante la chiesa di San Pietro – spiega il dottor Antonio Fornaciari – è stato possibile acquisire un campione scheletrico notevolissimo, che senza soluzione di continuità spazia dall’XI al XIX secolo, un caso più unico che raro a livello europeo”. Ottocento anni di tombe che rivelano la ricchezza delle popolazioni, l’alimentazione e il loro stato di salute: i reperti umani rinvenuti costituiscono un vero e proprio archivio biologico. Per esempio, si è scoperto che gli abitanti della zona avevano un’ottima alimentazione, con un notevole apporto proteico, il che presuppone la presenza abbondante di carne sulla loro tavola. Un altro studio internazionale si è concentrato invece sui batteri ospitati nel cavo orale della popolazione: in un monaco è stato trovato un batterio tipico delle bevande fermentate come il vino, che non è stato invece trovato nei laici. “Stiamo inoltre lavorando sugli scheletri per individuare anche altre malattie, come la tubercolosi – conclude Fornaciari – per capire come si siano sviluppate le malattie e ricostruirne l’andamento”.

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