Sono trascorsi diciotto anni dagli attentati alle Torri Gemelle. E’ stato detto tutto (o quasi) a proposito di quel giorno del 2001. Come per ogni avvenimento centrale della storia, cioè per quelle date che gli studenti saranno chiamati a ripetere a memoria anche tra centinaia di anni, il velo di mistero che ne avvolge le cause non sarà mai del tutto risolto. Com’è possibile che pochi uomini mettano in ginocchio la super-potenza mondiale? Com’è possibile che quegli aerei, guidati da piloti inesperti e con poche ore di scuola di volo, siano riusciti a centrare gli obiettivi con capacità così chirurgica? Non è possibile saperlo. Ciò che conta, dinnanzi alle “grandi giornate dell’umanità”, è saper cogliere cosa accade in seguito, allorquando l’evento si è prodotto e l’uomo, ancora attonito e stupito, si guarda attorno per comprendere che cosa rimanga del vecchio e cosa sia stato generato di nuovo.

Enrica Perucchietti, con il suo saggio False Flag, fa comprendere il perché dell’importanza delle date che gli studenti debbono memorizzare a scuola: a prescindere dalle cause più evidenti o nascoste, vi sono dei giorni che cambiano il mondo. Vi sono degli episodi che “servono” per cambiare la storia del mondo. L’11 settembre 2001 ha radicalmente modificato la convivenza civile, le sue regole e dunque il diritto. Da allora i governanti degli Stati occidentali hanno potuto torcere le proprie legislazioni all’esigenza della sicurezza e del “crime control”. Si è avuta una mutazione radicale delle regole interne ed internazionali. Negli Usa è nata l’epoca del Patriot Act; in parte emulato in Europa, con l’introduzione di normative antiterrorismo e di una giurisprudenza che, in nome della lotta al Terrore, hanno inaugurato percorsi giurisprudenziali del tutto innovativi rispetto alla tradizione ed al principio di legalità. Molte correnti di pensiero sostengono che questo non sia stato un innocuo destino seguìto ai fatti dell’11/9 ma, piuttosto, una conseguenza, per nulla sgradita alle grandi potenze ed utile a moltiplicare la volontà di potenza dell’Occidente.

Veniamo all’Italia: è curioso come, gettando un occhio alle novelle legislative “post-9.11”, si incroci, sempre e comunque, la dicitura “al fine della prevenzione del terrorismo internazionale”. Sembra quasi che “il terrorismo” (o meglio, l’etichetta del terrorismo) sia diventato un grimaldello necessario e sufficiente per “sfondare” qualsiasi barriera, anche quella delle garanzie a tutela della privacy e dei diritti fondamentali della persona. Basti pensare ad un’ulteriore torsione giuridica: la legislazione classica esige “tre o più soggetti” per integrare il reato di associazione per delinquere; la normativa antiterrorismo internazionale (il Patriot Act all’Europea) ritiene sufficienti due soggetti, con ciò tentando di demolire una distinzione fondamentale per comprendere il disvalore dell’agire criminale di più soggetti in accordo tra loro e cioè quella tra concorso di persone ed associazione per delinquere.

Dopo il 1989 e la Caduta del Muro di Berlino il mondo (in specie quello Occidentale) non presentava più limiti alla sua volontà di dominio. Denaro, persone, merci, capitali, idee, trasgressioni: tutto poteva e doveva transitare senza limitazioni. Era finito il Medio Evo delle ideologie (nazismo, fascismo e comunismo) e la volontà di potenza dell’ “homo faber” era certificata nella sua illimitatezza antropocentrica. L’11 settembre è stato un bagno di realtà. Il 12 settembre l’Occidente si è svegliato pieno di limiti, di incertezze, di lacrime. Non importa tanto chi sia stato l’artefice vero di quel gesto. Anzi, forse è bello immaginarsi qualche forza divina; magari una potenza simile a quella delle antiche divinità greche dell’Olimpo, irritate ed offese da troppa “hybris” ed antropocentrismo. L’uomo deve vivere nella realtà della sua finitezza.

“Il domani” dell’11 settembre ha come protagonista l’arte. L’arte è cambiata totalmente. L’espressione artistica, dopo che l’11 settembre ha reso “vita reale”, “vita vissuta” ciò che, precedentemente, poteva essere solamente immaginabile come fiction, si è trasformata da ente esclusivamente osservabile (con rispettoso distacco) a momento nel quale immergersi spudoratamente, senza temere di intaccarne la sua essenza sacra e distaccata rispetto alla “banalità del vivere comune”. La nuova arte non sopporta e disprezza il formale e limitante “cordone rosso” che indica “lo spazio per l’arte” e “lo spazio per il pubblico”. L’11 settembre ha reso tutti gli uomini attori del fenomeno artistico e stupefacente che li circonda. Dopo quel bagno da “set cinematografico” è impensabile tornare indietro. Il senso estetico, oggi, dire interazione, installazione, perdita della “distanza” tra reale e virtuale e tra reale ed astratto.

Un tempo l’arte era “aura” (Benjamin) cioè forza comunicativo-evocativa ad opera di un linguaggio centrato sul sussiegoso distacco tra opera e fruitore-discepolo di quella medesima opera. L’arte è un rocambolesco tuffo in una dimensione in cui lo spettatore è orgasmicamente protagonista del gesto artistico proposto; al contrario l’artista è divenuto un soggetto evanescente ed impalpabile, un mero ideatore di “stati di realtà potenziata” in cui far giocare le pedine umane. L’11 settembre è stato un flusso dopaminergico di immagini, storie, retroscena, crolli, fuoco, corpi gettati nel vuoto. Tutto in pochi momenti e tutto “così vicino” da dover essere divorato.

Come accade per la trasformazione estetica dell’icona della vecchia arte: la Gioconda di Leonardo. La sala che ospita il quadro si è trasformata in una giostra dai mille colori e l’opera è ormai trasformata in un sorta di prodotto-gioco da far interagire con il visitatore-protagonista mediante i selfie dei giocatori-attori.

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