L’interesse per il folklore, l’apertura sulle culture del pianeta, lo studio severo dei modelli formali occidentali, l’estro contrappuntistico e una mano felice nell’orchestrazione si coniugano luminosamente nell’opera di un compositore italiano, Tiziano Bedetti, nato a Rovigo nel 1976: discepolo, tra gli altri, di Bruno Bettinelli, Goffredo Petrassi e Azio Corghi; vincitore di concorsi di composizione e oggi artista apprezzato nel mondo.

La sua poetica attinge dalla danza, ma non disdegna gli apporti della disco music, del funky, del reggae. In un cd pubblicato in proprio si ascolta The Seasons, balletto giapponese in quattro parti per voce, coro femminile e orchestra da camera. Il lavoro si ispira a canti popolari che richiamano colori e ritmi di vita campestre, nonché alla lettura degli haiku, epigrammi poetici del Giappone classico, che evocano immagini della natura nell’avvicendarsi delle stagioni.

Queste, vere e proprie metafore della vita – fanciullezza, adolescenza, maturità, vecchiaia –, vengono introdotte ciascuna da un “piccolo personaggio animale“: l’usignolo annuncia la soave primavera, il cucù l’estate spensierata e l’autunno declinante, il corvo col suo triste presagio l’inverno. Nell’orchestra, che congiunge tradizione occidentale e orientale, rintoccano strumenti nipponici come il taiko (un tamburo cilindrico) e il koto (una cetra bislunga). In certi brani prevalgono i riferimenti naturalistici, in altri le atmosfere evocative, le nuances psicologiche.

I pezzi, icastici, sono quasi tutti brevi o brevissimi. Grande fascino esercitano, nell’estate, la dolcissima Festa di Tanabata, che si rifà alla leggenda di due stelle, separate dal fiume del cielo (la Via Lattea), ma ben decise a incontrarsi; l’impetuosa ma ritualizzata Danza dei folli; il metallico frinire della Cicala. Altrettanto interessanti, sul piano dell’invenzione, la primaverile Battaglia d’aquiloni, il Raccolto d’autunno dalle sonorità piene e coinvolgenti, il siderale Samurai invernale. Nella reiterazione ostinata di moduli melodici, ritmici, timbrici risuona il ricordo delle Noces di Stravinskij e del Britten orientaleggiante.

Del tutto diverso ma non meno stimolante è il cd piano works (Tactus), che contiene Studi e Variazioni pianistiche di Bedetti. Secondo un modello plurisecolare, ogni studio affronta una specifica difficoltà tecnica (arpeggi, terze, scale, ottave), la ipostatizza, la viviseziona, la ricompone, senza mai perdere il respiro musicale complessivo. Le variazioni, esposto il tema, man mano lo arricchiscono e lo trasformano con elementi del blues e del rock, con qualche indulgenza per la cantabilità morbida, e però sempre controllata e ordinata, e gli interventi ritmici incisivi e persistenti.

Mi piace segnalare anche un musicista-compositore, il clarinettista Anton Dressler, moscovita (1974), che ha studiato dapprima nel Conservatorio Čajkovskij, poi anche in Italia. Fulgido virtuoso, tecnica smaliziata e suono magnifico, fondatore del gruppo Kaleido Ensemble, è ospite delle maggiori sale da concerto del mondo.

Oltre al repertorio classico, Dressler pratica anche il jazz e la musica klezmer e da qualche tempo persegue un progetto che punta a mescolare il suono naturale del clarinetto, così ricco e multiforme, con la sua elaborazione elettronica. Ne risulta una simbiosi in cui, dice Dressler, “ciascuna parte è arricchita dall’interazione con le altre”. È nato così un programma di concerto modulare, Livemovement (Quartz Music), in cui lo strumento tradizionale e il live elettronico creano sonorità arcane, echi, linee che si congiungono e poi di colpo deviano, atmosfere sognanti o crepitanti.

È un “viaggio eccitante fra improvvisazione e composizione, dalla singola voce verso riflessi polifonici”, per approdare infine in una zona remota dove spazio e tempo convergono. Dei 17 brani, parecchi recano il titolo Suite, che richiama idealmente il mondo della composizione classica; altri sono d’impostazione più libera. Fra i primi, Waltz (valzer) effonde sul passo del ballo melodie morbide e carezzevoli; Chorale incede severo, pacato, compunto; la saltellante Giga ha un gusto antico, rivitalizzato però da sonorità moderne.

Fra i secondi, molto bello Atlantis, tutto giocato su timbri gravi che poi sbocciano verso l’acuto; Happy Code invoca una perizia tecnica notevolissima; e Prayer (Preghiera), quasi astratta, si proietta in un mondo ultraterreno. Gradevole esperimento di un musicista di rango, dal quale attendiamo altri frutti copiosi.

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