Non appena si scendono i ripidi scalini si rimane sospesi in un limbo d’incredulità e non perché l’atrio sia ricoperto da tappeti rossi ma per l’ambiente angusto, martoriato da impronte di cemento armato. A parte qualche panchina di legno addossata alle pareti, il bunker sotterraneo della fabbrica di Breda, aperto in occasione del Festival della Biodiversità dal 12 al 24 settembre, è completamente spoglio. A rendere il clima ancora più opprimente è una gigantesca bomba posta in corrispondenza dell’ingresso, da cui poi partono lunghe gallerie.

Le aperture al pubblico sono sporadiche ma non così rare durante l’evento che, tra le varie iniziative, propone appunto anche una visita nel cuore dei bombardamenti del 1944. “Ci troviamo sotto una porzione del Parco Nord Milano”. Una voce esperta parla dal bunker sotterraneo. Di preciso dal rifugio antiaereo della V sezione aeronautica, famoso proprio per la produzione d’aerei. La zona, per questo, era spesso nell’occhio del mirino delle forze “nemiche” che, se si fossero malauguratamente accorte di cosa luccicasse sotto quei temibili hangar, avrebbero diretto i propri obiettivi in men che non si dica verso quella stuzzicante “alcova”: ospitava aerei da caccia che odoravano ancora di vernice fresca, e sulle ali avevano stendardi tedeschi.

Nelle viscere del bunker si rincorrono immagini ed echi del passato. Come lo scampanellare dispotico della sirena d’allarme o l’immagine del personale che, nascosto nella penombra dei cunicoli freddi e razionali del bunker, tentava di proteggersi dagli attacchi, con spezzoni incendiari o bombe a miscela, della Royal Air Force.

A far luce sulla questione è Michela Bresciani, ricercatrice sociale, unica incaricata per la gestione del “nascondiglio” sotto concessione dello stesso Parco: “La verità è che le forze nemiche stavano solo temporeggiando perché paralizzare l’industria italiana era il fulcro della loro accorta strategia. La fabbrica fu presto sventrata e il bunker totalmente inghiottito dalla natura. Fu ritrovato da alcuni operatori del parco nel 2009, durante i lavori di bonifica”. Nelle saltuarie aperture al pubblico è facile imbattersi in qualche ex operaio: “Giurano che in questo buco non avrebbero voluto metterci piede. Neppure in caso di conflitto. Non volevano fare la fine del topo”. Come biasimarli: “Il manufatto è in cemento armato ma non a prova di bomba. È scavato a due metri di profondità e non a cinque come i veri bunker”, spiega Bresciani, cedendo la parola a un testimone di guerra.

“In quegli anni abitavo a poco più di cinquanta metri dalla Breda. Mio padre era uno dei circa 15mila dipendenti. La guerra ti sradica le membra. Quando la vivi puoi solo pregare. C’è un particolare che non dimenticherò mai: le mamme con in braccio i loro figli mentre recitavano il rosario”. Sono trascorsi più di settant’anni da quando quel bimbo di nome Giuseppe Valota si arrampicava curioso sulle sedie appoggiate al muro della cantina di casa per spiare quello spettacolo. “Uno spettacolo fatto di fischi, riverberi, luci, boati. Quelli degli ordigni però. Erano bombe, e se solo una scheggia mi avesse colpito?”. Oggi quel bambino ha settantanove anni ed è presidente dell’A.N.E.D. (Associazione Nazionale ex Deportati) di Sesto San Giovanni: “Era il 30 aprile 1944, una domenica, quando la Breda vide per l’ultima volta la luce del sole. Il destino volle che fosse chiusa. Ci furono solo cinque morti”. Così mentre la sirena di una delle industrie che aveva contribuito a tracciare l’economia della capitale morale e industriale d’Italia suonava la sua ultima chiamata (ore 11.38), i bombardieri lanciavano bengala da 9mila piedi e sganciavano bombe da 500 libbre. Il cielo era ora di un colore nero. Tutto stava bruciando rovinosamente.

Quella domenica il seienne si trovava provvidenzialmente a Bergamo: “Alla periferia di Milano, invece, piovevano bombe. Mio nonno stava preparando il pasto per i suoi tredici figli quando a causa di un ordigno il risotto schizzò dalla pentola al muro” sdrammatizza con un filo d’ironia il signor Valota, evidenziando come cercare lo sfondo comico nella tragedia sia umano. Tragedia che dal canto suo non si può e non si deve derubricare, né ridimensionare, anche per il lungo travaglio interiore che lui e altri compatrioti come lui furono costretti a vivere. Tra le rovine di un’Italia appena uscita dalla guerra non restava altro che farsi forza e strada. E siccome la guerra è il primo passo verso la pace, occorreva celebrare e celebrarsi: “Ricordo la gente ballare per le strade. La riacquistata libertà, come si faceva a non festeggiarla?”.

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