Il tempo stringe per le nomine Agcom, l’autorità di vigilanza per le telecomunicazioni e i media. Il 26 settembre scadrà la proroga concessa dal governo gialloverde all’attuale consiglio presieduto da Angelo Marcello Cardani. Ma, complice il cambio di governo, la partita è in pieno divenire. La ragione? Pd e M5s non hanno i numeri per scegliere in autonomia il nuovo presidente. Di conseguenza, salvo un’intesa con la Lega, il governo Conte 2 dovrà scendere a patti con Forza Italia. E cioè con il partito che fa capo alla famiglia Berlusconi che proprio in questi giorni sta chiudendo la più importante operazione finanziaria del mondo televisivo italiano su cui Agcom dovrebbe vigilare.

Il problema è particolarmente spinoso per via del meccanismo con cui viene conferito l’incarico che rischia di diventare “merce di scambio” in un clima politico decisamente confuso. Nel dettaglio, il presidente Agcom, incarico per il quale il Pd avrebbe proposto l’ex sottosegretario Antonello Giacomelli, viene nominato con decreto del presidente della Repubblica su proposta del presidente del consiglio e del ministro dello Sviluppo economico. Ma solo dopo il voto favorevole delle commissioni parlamentari competenti (Trasporti e Telecomunicazioni di Camera e Senato). Commissioni che “si esprimono a maggioranza dei due terzi dei componenti ed il parere è da ritenersi necessario e vincolante”, come si legge in un documento sulle nomine Agcom del servizio studi della Camera dei deputati. Sulla Camera, Pd e Movimento 5 Stelle hanno la maggioranza qualificata, mentre al Senato i due partiti non hanno i numeri. Escludendo un accordo con Salvini, i Dem e i 5S dovranno quindi allearsi con Forza Italia.

Inoltre non sarà facile al Senato e alla Camera trovare un’intesa per eleggere anche i quattro commissari. La strada è in salita: il cambio di governo ha mutato gli equilibri di potere con i Dem che, già passati all’offensiva sulla vicenda 5G, non intendono restare alla finestra. Il partito guidato da Nicola Zingaretti, finora ampiamente rappresentato nell’autorità, ha infatti come obiettivo due posti nel consiglio dell’Agcom esattamente come i 5Stelle, lasciando alla Lega una sola poltrona. Ma su questo tema la destra sembra più compatta di quanto non accada su altri argomenti. E punta invece ad ottenere almeno due consiglieri. L’attenzione è massima soprattutto sulla presidenza: si teme una figura “intransigente” che potrebbe complicare la vita agli operatori del settore. In primis Mediaset, che, proprio grazie ad un provvedimento Agcom, ha potuto sbarrare la strada ai soci francesi di Vivendi nell’ultima decisiva assemblea per il trasloco in Olanda. E poi naturalmente anche Telecom che progetta le nozze con Open Fiber.

Difficile, ma non impossibile, immaginare un nuovo rinvio: per far slittare ulteriormente il termine servirebbe una legge d’urgenza. “E’ già accaduto in passato per l’Arera, l’autorità dell’energia e del gas – ricorda l’avvocato Fulvio Sarzana, esperto di diritto delle comunicazioni – Ma, intanto, finché l’esecutivo non scioglie il nodo delle nuove nomine, il consiglio dell’Agcom resta in regime di proroga solo per le attività ordinarie”. Troppo poco per gestire l’evoluzione del mondo media, web e telecom che si muove alla velocità di Internet e della finanza in un mercato da 17 miliardi l’anno. Per questa ragione, le nomine Agcom saranno un banco di prova importante per la credibilità dell’esecutivo Conte che ha appena promesso agli italiani di affrontare il tema del conflitto d’interessi insieme a “una riforma del sistema radiotelevisivo improntato alla tutela dell’indipendenza e del pluralismo”.

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